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Testimone instancabile
della luce

· L’eredità di Hans Urs von Balthasar a trent’anni dalla morte ·

Hans Urs von Balthasar in una foto del 1927

A trent’anni dalla sua morte, avvenuta il 26 giugno 1988, quest’uomo che non aveva fondato scuole e non accettava discepoli — così ha detto qualcuno che gli doveva la propria vocazione di gesuita — è più che mai presente nella Chiesa. A dire il vero, non tanto per le tesi universitarie che gli vengono dedicate in tutto il mondo, quanto attraverso l’insegnamento di pastori che governano a fatica la barca di Pietro scossa dalla tempesta del mondo e, discretamente, attraverso il pensiero d’intellettuali cristiani che trovano nelle sue opere, soprattutto nei libretti, una fonte inesauribile di riflessione e di discernimento, un nutrimento spirituale per la preghiera e l’azione.
«Il carissimo e fedelissimo Hans Urs von Balthasar, il cui genio brillava già» durante i suoi studi a Fourvière (Henri de Lubac), poteva di sicuro suscitare incomprensione al suo tempo. Nell’intercedere a suo favore presso un vescovo perché finalmente incardinasse l’ex-gesuita, Karl Rahner riteneva di dovere scusare agli occhi di quest’ultimo quelle che lui chiamava «le bizzarrie di un genio».
Diciamo semplicemente, con Albert Béguin, che, a differenza delle menti più speculative, lui era un’«anima musicale», ossia prima di tutto un’anima che “ascolta”, e che aveva il talento di un “compositore” di una potenza ordinatrice straordinaria. E ciò non solo per dono innato o per educazione, ma anche come frutto di una metamorfosi operata dalla fede. Indubbiamente era un gigante.
«Ma ancor più rimarchevole della sua scienza e del suo genio era la sua modestia», affermava padre Xavier Tilliette: «Così alto di statura, era allo stesso livello dei piccoli ai quali è promesso il Regno dei cieli». Lo era perché viveva la sua vocazione e la sua missione in comunione con loro, non desiderando altro che rappresentarli dinanzi al Signore.
Nella vita di un uomo di fede chiamato a svolgere un ruolo importante nella Chiesa non è raro che Dio intervenga attraverso una grazia che lo coglie all’improvviso. Questa suscita in lui prima di tutto una disponibilità fondamentale che gli consente di accogliere, se lo vuole, la missione specifica che gli è destinata. Dio non agisce contro la volontà di colui che chiama. In lui la grazia opera un’apertura preparatoria che, con il sì dato, si estende sempre più fino all’accettazione piena della missione proposta.
L’apertura senza riserve è peraltro accompagnata da una corrispondente chiusura: dedicando tutta la sua persona a questa missione, non dispone più di se stesso. È ora come l’apostolo che, per aver dichiarato il suo amore al Signore, si vede affidare il compito a lui destinato da sempre ed è trascinato su una via riguardo alla quale sa solo che, se la seguirà docilmente, sarà sempre più intimamente legato al Signore. «Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Giovanni 21, 18).
Nella vita di padre Balthasar s’individuano facilmente questi diversi momenti di una vocazione cristiana specifica. Anzitutto la chiamata della grazia che lo sorprende in gioventù e lo invita a una conversione radicale. Nel suo caso, la grazia all’inizio reca un marchio espressamente ignaziano, il che lo porterà a entrare nella Compagnia di Gesù dove, durante la sua lunga formazione, si eserciterà all’obbedienza richiesta dall’ordine.
Poi avviene l’incontro decisivo con Adrienne von Speyr. All’uomo maturo e al teologo consumato viene offerto, attraverso il carisma straordinario di questa donna medico, un compito particolare al quale dovrà, non senza rinunce, dare un consenso personale incondizionato. L’accettazione fino in fondo del cammino indicato gli costerà un duro sacrificio, quello della sua «cara patria spirituale di elezione».
Ma il doloroso addio alla Compagnia di Gesù sarà accompagnato dalla gioia di essere posto totalmente al servizio dell’ideale stesso del suo fondatore. Lunghi anni solitari di lavoro intellettuale e apostolico, oscuramente dedicati a eseguire questa missione, saranno ricompensati dall’elevazione in extremis al cardinalato. Una sorta di conferma, da parte dell’istanza suprema della Chiesa, dell’autenticità del cammino percorso.
In quel cammino le esperienze mistiche dei grandi contemplativi l’hanno, senza ombra di dubbio, colpito a tal punto da consentirgli di fare facilmente della loro testimonianza un paradigma nella sua interpretazione dei misteri della vita di Cristo, come, in particolare, l’abbandono sulla croce. Alcuni glielo hanno rimproverato.
È certo, a ogni modo, che senza Adrienne von Speyr, di cui fu il confessore per oltre venticinque anni, non sarebbe stato permeato, come lo è stato in profondità, della spiritualità giovannea: quella forma di vita e di pensiero fondata sull’essenza trinitaria dell’amore divino che include al tempo stesso la circolazione totalmente chiusa dell’amore e la corrente e il crescendo assoluto, infinito e “inchiudibile” di questo amore.
È stato provocato, rapito dalla presenza sconvolgente della bellezza e della gloria di quel Dio divenuto manifesto per il mondo nell’incarnazione del Figlio, si è lasciato consumare e bruciare dall’intensa luce apparsa nelle tenebre di questo mondo e ha dedicato tutte le sue forze a testimoniare instancabilmente questa luce che si mostra (Estetica), che si dona (Drammatica), che si dice (Logica) nel Crocifisso esaltato per la nostra salvezza, nella cui vita è possibile per l’uomo una vera vita di fede, di amore e di speranza, una vita teologale senza compromessi.
È alla percezione meravigliata della bellezza della Rivelazione nel suo sgorgare sempre nuovo che invita l’uomo di oggi, mostrando in Dio colui che viene a lui, non primariamente come Maestro (“Vero”), come Redentore (“Bene”), ma come l’Amore disinteressato apparso sul volto dell’Agnello pasquale immolato.

di Jacques Servais

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22 ottobre 2019

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