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Testimone di speranza

· Intervista al cardinale segretario di Stato ·

Grande attesa per il prossimo viaggio apostolico del Papa: dal 4 al 10 settembre visiterà Mozambico, Madagascar e la Repubblica di Mauritius. Alcuni evidenziano che il Papa torna in un continente spesso ferito, ma capace di costruire un presente e futuro di speranza. Il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, nell’intervista rilasciata a Massimiliano Menichetti per Vatican News, ribadisce il forte impulso di pace e dialogo che anima questo viaggio.

Eminenza, quali sono i temi centrali di questo viaggio?

L’immagine che abbiamo dell’Africa, che normalmente si diffonde, è quella di un continente pieno di problemi: conflitti, epidemie... Credo che l’Africa sia prima di tutto una terra ricca di umanità, una terra ricca di valori, una terra ricca di fede e mi pare che il Papa vada proprio con questi sentimenti. Direi che le sottolineature di questo viaggio siano fondamentalmente tre. La prima è l’insistenza sul tema della pace, poi sicuramente il tema della cura del Creato, in linea con la Laudato si’, poi la cultura dell’incontro e tutto questo in una dimensione di speranza. Quindi il Papa vorrà segnalare e promuovere tutti quei segni di speranza che ci sono, tutti quegli sforzi che si stanno facendo per la risoluzione di tanti conflitti, per uno sviluppo sostenibile, per il rispetto e la cura del Creato. Usando un’espressione di Papa san Paolo VI, potremmo dire che l’Africa è come un laboratorio di sviluppo integrale. Sottolineerei proprio questa dimensione di speranza e di sguardo verso il futuro, a partire dai tanti segni positivi che ci sono all’interno del continente.

In Mozambico dopo decenni di conflitti interni, nonostante la fine della guerra civile, è stato firmato un accordo di pace tra governo e gli ex ribelli Renamo, oggi principale partito di opposizione. Questa visita porta anche la forza di un nuovo futuro?

Così speriamo, perché davvero recentemente si è aperta una nuova pagina nella storia del Mozambico. Una storia che è stata molto complessa, molto travagliata. Pensiamo prima alla guerra di indipendenza, poi subito dopo alla guerra civile che è scoppiata tra le due principali forze, la Frelimo e la Renamo, fase che si è conclusa nel ’92 con gli accordi di Roma, però poi l’instabilità è continuata, il conflitto è continuato. Recentemente, grazie alla buona volontà delle parti, si è potuto arrivare a un nuovo accordo di pace. Evidentemente, in tutto questo, la Chiesa ha sofferto molto. Ora ci sono stati progressi, sviluppi, il riconoscimento del ruolo della Chiesa, della libertà religiosa e questa volontà di pace che si è manifestata, anche recentemente. Credo che il Papa va proprio a sottolineare l’importanza del dialogo in generale ma soprattutto in riferimento a questa situazione del Paese. L’importanza del dialogo, rinunciare una volta per tutte alla logica delle armi, alla logica della violenza come metodo di risoluzione e soluzione dei conflitti, delle differenze che ci sono tra l’una e l’altra e, invece, invocare seriamente la via dell’ascolto reciproco, la via della collaborazione, la via della cooperazione per uno sviluppo integrale della popolazione. Credo che sia proprio questo, cambiare logica, questo è importante, in Mozambico come in tante altre parti del mondo dove assistiamo a conflitti. Questo è quello che il Papa ci chiede: una mentalità nuova, un approccio nuovo a queste situazioni.

Una Chiesa povera per i poveri è quella che Papa Francesco troverà in Madagascar. I cattolici sono circa un terzo della popolazione. Deforestazione e siccità segnano questo Paese, alle prese nel tempo anche con crisi politiche non marginali. Che significato ha in questo contesto la visita del Papa?

Ricordo il Madagascar con tanto affetto perché ho avuto occasione di visitarlo alcuni anni fa e mi sono reso conto di un Paese in piena effervescenza, un Paese giovane che si trova ad affrontare tantissime sfide. La prima sfida è proprio quella della gioventù perché è un Paese che deve offrire possibilità di opportunità, di crescita e di futuro a tanti giovani. Poi, la povertà: è necessario superare il grande divario tra le poche fasce abbienti e la grande maggioranza della popolazione che si trova in situazione di necessità. Credo che la visita del Papa darà un impulso a questo sforzo per trovare i mezzi per offrire a tutti ma soprattutto ai tanti giovani questa possibilità di sviluppo e di futuro. Anche la Chiesa è povera ma nello stesso tempo si sforza di essere una presenza significativa, soprattutto attraverso le sue istituzioni di assistenza, le sue istituzioni educative: essere un segno di speranza per questa popolazione. Quindi anche qui il Papa va a consolidare e a rafforzare questo impegno e questo sforzo da parte della Chiesa.

Il 9 settembre il Papa sarà nella Repubblica di Mauritius, crocevia storico di popoli. Metà della popolazione è di fede induista, poi cattolici e meno di un quinto è di fede islamica. Qual è il cuore di questa visita?

Direi che è proprio quella terza dimensione che ricordavo prima, la cultura dell’incontro, che vale naturalmente per tutti i Paesi e tutte le nazioni che il Papa visiterà. Incontro nel Mozambico tra forze politiche avverse, qui incontro proprio per la composizione dell’isola: una composizione multietnica, multireligiosa e multiculturale. Questo aspetto dell’incontro fra le differenze diventa particolarmente evidente — sarà una sottolineatura che il Papa farà certamente — superando ogni forma di discriminazione: per esempio l’aspetto della dimensione dell’accettazione dell’apertura ai migranti che arrivano spesso da fuori per cercare una qualità di vita migliore. E poi questo dialogo anche fra le varie religioni, un dialogo che deve servire a collaborare per affrontare e risolvere i problemi della società e del mondo in generale.

Saranno dunque sei giorni intensi. Una domanda di rito: qual è il suo personale auspicio per questo viaggio?

Sono contento di questo viaggio, sono contento di accompagnare il Santo Padre in Africa. L’Africa è stata la mia prima esperienza, anche se l’Africa occidentale e non quella orientale, ma un po’ del mio cuore è rimasto attaccato a quel continente, quindi vado molto volentieri. Direi due cose che poi sono le linee fondamentali di qualsiasi approccio all’Africa. La prima è che gli africani devono essere coscienti della loro responsabilità nel cercare all’interno delle loro società, dei loro Stati, soluzioni ai problemi africani. Quindi una rinnovata coscienza che il destino dell’Africa, il suo futuro è nelle mani degli africani: un’assunzione di responsabilità in questo senso per lottare contro tutti quei fenomeni che impediscono sviluppo e pace. L’altro auspicio è quello dell’attenzione della comunità internazionale. L’Africa ha bisogno che ci siano amici dell’Africa non persone interessate che la guardano con occhi interessati, ma persone che davvero cerchino di aiutare questo continente a mettere in atto tutte le sue risorse, tutte le sue forze per progredire, avanzare. La bellezza poi sarà quella dell’incontro con le comunità cristiane, con i cattolici, vivere questa esperienza di gioia e vitalità, questa esperienza di grande comunione con le comunità cattoliche che caratterizza le comunità dell’Africa. Sarà un momento molto bello anche quello. E aiutare questa Chiesa a crescere e a porsi sempre più a servizio del Vangelo e della società in cui è inserita.

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19 settembre 2019

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