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Testimone
di riconciliazione
durante la guerra civile
in Myanmar

· Alla vigilia della Giornata missionaria mondiale a Crema la beatificazione del martire Alfredo Cremonesi ·

Pubblichiamo il testo dell’omelia pronunciata dal cardinale prefetto della Congregazione delle cause dei santi in occasione della beatificazione del sacerdote del Pontificio Istituto missioni estere - Pime, padre Alfredo Cremonesi (1902-1953), presieduta in rappresentanza di Papa Francesco nella cattedrale di Crema, sabato pomeriggio, 19 ottobre.

«Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza» (Is 52, 7).

Carissimi fratelli e sorelle, queste parole, che il profeta Isaia applica a Gesù, il Messia allora atteso, le sentì come rivolte a sé il beato Alfredo Cremonesi, figlio di questa Chiesa cremasca e sacerdote professo del Pontificio Istituto per le missioni estere (Pime). Con coraggio, lasciò la sua terra per servire la causa del Vangelo in terra di missione, offrendo il proprio contributo, fino all’effusione del sangue, perché la Buona Novella giungesse nella lontana terra di Birmania. Nelle sue sofferenze e nella sua eroica morte, egli ha reso la suprema testimonianza a Cristo portando a compimento l’imitazione del divino Maestro. In questa solenne assemblea liturgica, alla vigilia della Giornata missionaria mondiale e nella medesima data in cui padre Cremonesi celebrò la sua prima messa in terra cremasca, la Chiesa ne proclama la santità e lo venera come martire per aver donato la sua vita a motivo della sua opera di evangelizzazione.

Stiamo vivendo il Mese missionario straordinario, che il Santo Padre Francesco ha spiegato di aver voluto allo scopo di «rinnovare l’ardore e la passione, motore spirituale dell’attività apostolica di innumerevoli santi e martiri missionari» (Discorso ai partecipanti all’Assemblea delle PP.OO.MM., 3 giugno 2017). Con la testimonianza della sua vita generosamente offerta per amore di Cristo, il beato Alfredo parla oggi a questa diocesi di Crema e la stimola nella sua testimonianza al Vangelo della carità; parla ai missionari che, sollecitati dal mandato di Cristo, «andate e insegnate a tutte le genti» (Mt 28, 19), sono andati per le strade del mondo per annunciare la buona novella della salvezza a tutti gli uomini, in special modo ai più bisognosi; parla a tutta la Chiesa ricordando che morire per la fede è un dono concesso solo ad alcuni, ma vivere la fede è una chiamata diretta a tutti. Proprio come ci esorta il tema di questa Giornata missionaria mondiale: Battezzati e inviati. Ogni battezzato è chiamato a ravvivare la propria coscienza missionaria, come afferma il concilio Vaticano II: «Tutti i cristiani, ovunque vivano, sono tenuti a manifestare con l’esempio della propria vita e la testimonianza della parola, l’uomo nuovo di cui si sono rivestiti attraverso il battesimo» (Ad gentes, 11).

Ogni battezzato deve sentirsi, inoltre, sollecitato dalla propria vocazione alla santità. In ciò il beato Cremonesi è un modello da perseguire per l’esemplarità di una donazione senza limiti nei confronti della chiamata di Dio. Scriveva alla mamma: «Voi capite che per un missionario come me, che ha inteso darsi tutto a Dio senza ritorno, il mettere avanti la sola ragione di rivedere voi [...] non può andare affatto. Io e voi perderemmo tutto il profumo del nostro sacrificio» (Biografia Documentata, capitolo VI, documento 1). Padre Alfredo fu uomo di profonda fede; un’intensa vita di preghiera animava le sue giornate e il suo cammino, nel quale, oltre all’Eucaristia e al culto per Gesù Crocifisso e morto in croce, si trovava una tenera devozione alla Madonna.

Lo caratterizzava anche la carità verso il prossimo, ispirata alla carità di Cristo. Con un buon temperamento cordiale ed entusiasta, era zelante nell’aiutare il prossimo, poveri, ragazzi giovani, contadini. Un testimone asserisce: «Era tutto per la gente e nulla per sé. Egli donava tutto quello che riceveva agli altri, ai poveri» (Summarium 85). Fu proprio la sua carità a portarlo a offrire infine la vita per difendere la sua gente. Seppure ben consapevole del pericolo che correva stette con il suo gregge sino alla fine. Avrebbe avuto la possibilità di fuggire e nascondersi, ma non lo fece, pensando che la sua presenza poteva essere di aiuto alla gente e portare calma nella tensione esistente.

In questa prospettiva di carità pastorale, ha incarnato in modo perfetto l’ideale del Buon Pastore che dà la vita per il gregge, (Gv 10, 11), espressione della misericordia e della tenerezza del Padre; ma, allo stesso tempo, “leone” vincitore (cfr. Ap 5, 5), valoroso combattente per la causa della verità e della giustizia, difensore dei deboli e dei poveri, trionfatore sul male del peccato e della morte. Il beato Alfredo Cremonesi è una bella figura di vita sacerdotale e religiosa, un missionario che ha consumato la sua esistenza nel dono della propria vita. Interamente dedito a Dio e alla missione evangelizzatrice, era del tutto distaccato da se stesso: la sua esistenza era donata alla sua gente, della quale aveva voluto condividere la condizione di povertà, rinunciando a ogni pur minimo privilegio. La sua santità si può riassumere in tre elementi fondamentali: la fede, la carità e la povertà. Dalle sue lettere emerge la figura di un missionario profondamente convinto e innamorato della sua vocazione. Povero, malato, perseguitato, ma sempre sereno e fiducioso; pronto ad affrontare qualunque situazione e rischio, con l’aspirazione, più volte espressa, di dare la vita per il Vangelo e quanto erano a lui affidati.

Dalle testimonianze acquisite nel corso del processo canonico risulta evidente la sua dedizione nel servizio missionario e pastorale, la consapevolezza circa le difficoltà e pericoli del suo ministero, la disponibilità a subire anche il martirio — visto come un dono di Dio — quale corona della sua vita apostolica. Ucciso nel suo villaggio di Donoku, il 7 febbraio 1953, morì pregando. In un primo momento era stato ferito alle gambe, assieme al suo catechista. In seguito, si avvicinarono alcuni soldati, che riconoscendolo come un missionario e mossi da odio nei confronti dei cristiani, gli spararono direttamente e brutalmente al volto. Dopo la sua morte violenta, la popolazione locale lo ha considerato da subito un martire e ha conservato la sua memoria quale santo sacerdote e protettore dei fedeli del villaggio, uomo che diede la vita per loro pur potendo fuggire ai suoi carnefici.

Il martirio del beato Alfredo Cremonesi si colloca nel contesto storico-politico del Myanmar. Con lo scoppio della guerra civile all’indomani della guerra di indipendenza (1948), la situazione della Chiesa precipitò verso la vera e propria persecuzione, con un’esplosione di violenza e aperta ostilità nei confronti della fede cattolica e dei missionari. Tale persecuzione, della quale sono state per lungo tempo oggetto le minoranze religiose, in particolare la Chiesa cattolica, fu messa in atto da coloro che parteciparono in prima persona all’uccisione di padre Cremonesi, e che pochi anni dopo la sua morte si impadronirono del potere.

Ma il sacrificio del beato Alfredo non è stato vano. Egli è come il chicco di grano della parabola evangelica che deve perire per portare frutto (cfr. Gv 12, 24). La morte del seme è principio di vita nuova, è simbolo della vita donata, “perduta” per amore di Dio e dei fratelli, secondo la logica dell’amore. Così, la morte del martire si fa vita e arricchimento spirituale per la Chiesa. In questa prospettiva, la beatificazione di padre Cremonesi è un incoraggiamento alla Chiesa in Myanmar a proseguire nell’impegno di favorire il superamento delle ferite spirituali e morali, portandola medicina risanante della misericordia di Dio tra la popolazione che ha sofferto a causa dei conflitti e della repressione, e che sta faticosamente percorrendo la strada della libertà, della giustizia e della pace.

Risuonano nei nostri cuori le parole pronunciate due anni orsono dal Santo Padre Francesco durante la sua visita pastorale in Myanmar: «Nel grande lavoro della riconciliazione e dell’integrazione nazionale, le comunità religiose del Myanmar hanno un ruolo privilegiato da svolgere. Le differenze religiose non devono essere fonte di divisione e di diffidenza, ma piuttosto una forza per l’unità, per il perdono, per la tolleranza e la saggia costruzione del Paese» (Incontro con le Autorità e il Corpo diplomatico a Nay Pyi Taw, 28 novembre 2017).

Il beato Alfredo Cremonesi, figlio di questa terra lombarda, si presenta a noi, oggi, come fulgida testimonianza di una vita consacrata interamente al servizio del Vangelo e degli ultimi. Tale straordinario esempio di dedizione alla propria vocazione e missione è di notevole importanza per tutto il popolo di Dio, in particolare per quanti dedicano la vita al ministero dell’annuncio della Parola; è stimolo per i giovani a riflettere sulla bellezza della vocazione missionaria, vissuta con entusiasmo e totale impegno, senza paure o reticenze. Egli ricorda a tutti noi che il futuro delle nostre comunità e delle Nazioni non sarà di chi diffonde odio e violenza, ma di chi semina fraternità, accoglienza e condivisione.

Beato Alfredo Cremonesi, prega per noi, ma soprattutto prega perché un altro sacerdote di questa terra, missionario in Africa, il padre Macalli, riacquisti presto la libertà!

di Angelo Becciu

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