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Testimone del Vangelo  e difensore della dignità umana

· L'arcivescovo Angelo Amato presiede la beatificazione del martire ·

Padre Jerzy Popieluszko era un leale sacerdote cattolico, che difendeva la sua dignità di ministro di Cristo e della Chiesa e la libertà di tutti coloro, che, come lui, erano oppressi e umiliati. Lo ha detto l'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, nel corso della beatificazione del martire Jerzy Popieluszko, svoltasi domenica mattina 6 giugno, in piazza Pilsudski, a Varsavia.

Nell'omelia il presule ha tracciato un breve profilo biografico e spirituale del nuovo beato, definito da Benedetto XVI sacerdote e martire, fedele e instancabile testimone di Cristo, che vinse il male col bene fino all'effusione del sangue. Il suo martirio si inserisce nel sofferto passaggio della Polonia dal regime totalitario — dove «religione, Vangelo, dignità della persona umana, libertà non erano concetti in sintonia con l'ideologia marxista» — alla democrazia. Contro il giovane sacerdote si scatenò «la furia omicida del grande mentitore, nemico di Dio e oppressore dell'umanità, di colui che odia la verità e diffonde la menzogna». Una cultura di morte prese il posto della verità, della pace, del Vangelo. Si cercò perciò di eliminare le voci che si levavano contro i soprusi e gli attacchi alla dignità della persona umana.

Padre Jerzy «non si rassegnò a vivere in questo campo di morte e, con le sole armi spirituali della verità, della giustizia e della carità, cercò di rivendicare la libertà della sua coscienza di cittadino e di sacerdote». Ma l'ideologia «non sopportava lo splendore della verità e della giustizia. Per questo l'inerme sacerdote fu spiato, perseguitato, catturato, torturato» e ancora agonizzante, buttato in acqua. Il suo corpo venne abbandonato e ritrovato solo dopo dieci giorni.

«Il sacrificio del giovane prete — ha proseguito il presule — non fu una sconfitta. I suoi carnefici non potevano uccidere la Verità. La tragica morte del nostro martire, infatti, fu l'inizio di una generale riconversione dei cuori al Vangelo. La morte dei martiri è il seme dei cristiani». Per questo, la beatificazione di padre Popieluszko «costituisce una memorabile giornata di esultanza per la nazione» polacca. L'arcivescovo Amato ha poi sottolineato come con la sua glorificazione Benedetto XVI vuole dire alla Chiesa in Polonia: «Ecco, il tuo figlio vive». «È un grande dono a una grande nazione — ha aggiunto — il cui libro di santità si arricchisce di un'altra pagina esemplare».

Da dove attinse tanta forza quel giovane sacerdote se non dall'Eucaristia? A questo proposito, il presule ha ricordato alcuni episodi che svelano la sua fede nella presenza di Cristo nell'ostia consacrata. «Negli anni 1966-68 — ha detto il prefetto — il seminarista Jerzy Popieluszko fece il servizio militare, in mezzo a molte sofferenze, umiliazioni e limitazioni della sua libertà religiosa. Gli era impedito perfino di assistere alla messa quotidiana e di accostarsi alla comunione. In una sua lettera inviata a monsignor Czeslaw Mietek, suo padre spirituale nel seminario di Varsavia, il giovane seminarista scriveva: “Ieri con il pretesto di versare i soldi in banca sono andato in città. Sono andato in chiesa e per la prima volta dopo un mese ho ricevuto l'Eucaristia”».

In mezzo alla persecuzione religiosa «il conforto dell'Eucaristia era il pane divino che lo nutriva nella sua testimonianza di fede. Eucaristico fu anche il suo ultimo gesto da vivo, la celebrazione della messa, il 19 ottobre 1984. In quell'occasione il nostro martire esortò il popolo dei lavoratori non all'odio e alla vendetta, ma alla concordia e alla pace: “Preghiamo — egli disse — per liberarci dal timore, dalla paura, ma soprattutto dal desiderio di vendetta e di violenza”».

Da questa fiducia nell'aiuto di Dio, scaturisce il messaggio del beato rivolto a ognuno. «Il cristiano è il testimone del bene e del vero. Il cristiano vive come “beatitudine” la povertà, l'afflizione, la pacificazione e anche la stessa persecuzione, secondo la parola di Gesù». La pagina evangelica delle beatitudini è stata vissuta alla lettera dal beato, «violato nella sua coscienza sacerdotale e perseguitato a morte. Ma Gesù non abbandonò nelle mani del male e della morte questo suo figlio prediletto».

Il martire poi «era consapevole che il male della dittatura traeva le sue origini da satana, per questo esortava a vincere il male con il bene e con la grazia del Signore: “Può vincere il male solo chi è pieno di bene”». A questo proposito, l'arcivescovo ha messo in evidenza come la violenza del male «è debolezza e sterilità. Il bene invece vince e si diffonde con la forza della sua dolcezza, della sua compassione, della sua carità. I regimi passano come temporali d'estate lasciando solo macerie, ma la Chiesa e i suoi figli restano per beneficare l'umanità con il dono della carità senza limiti».

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