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Testimone del perdono

· Beatificato il vescovo martire Teofilo Matulionis ·

«La morte causata dalle sofferenze del carcere»: questo fu «il martirio» di Teofilo Matulionis (1873-1962), arcivescovo di Kaišiadorys. Lo ha ribadito il cardinale Angelo Amato presiedendone la beatificazione, la prima svoltasi in Lituania, domenica pomeriggio, 25 giugno.

In rappresentanza di Papa Francesco il prefetto della Congregazione delle Cause dei santi ha celebrato la messa nella piazza antistante la cattedrale di Vilnius alla presenza di una grande folla di fedeli. All’omelia ha ricordato come «le lunghe e penose» costrizioni del presule nelle prigioni, nei campi di concentramento, nei domicili coatti «sfinirono a poco a poco la sua forte fibra. Ma — ha aggiunto — le privazioni e le torture, non piegarono la sua volontà».

L’arazzo esposto durante la beatificazione

Ricostruendone la vicenda umana il porporato ha sottolineato la duplice «ostilità dei nazisti e dei comunisti», che non aveva «alcuna giustificazione razionale. Era solo era il frutto del loro odio verso il Vangelo di Gesù e la Chiesa». In nome dei quali invece il vescovo Matulionis «affrontò questo mare in tempesta con serenità e fortezza d’animo, rimanendo sempre fermo nella fede e nella speranza della futura liberazione». Soprattutto «non cedette all’odio», perché «per lui, odiare sarebbe stato il modo peggiore per rispondere al male. La sua risposta fu sempre il perdono». Ed è anche per questo, ha chiarito, che «oggi la Chiesa celebra nella gioia la beatificazione di questo grande figlio della Lituania».

Inoltre, ha rimarcato il cardinale Amato, «il ricordo delle sofferenze passate non deve appannare la gioia, ma solo ricordare a tutti il dovere del perdono, del rispetto e della preghiera per il prossimo, anche per il nemico». Del resto Papa Francesco nella lettera apostolica di beatificazione celebra il martire Teofilo come «pastore secondo il cuore di Cristo, testimone eroico del Vangelo, coraggioso difensore della Chiesa e della dignità dell’uomo». Anche perché in lui, ha continuato il prefetto della Congregazione delle cause dei santi, «il martirio si protrasse per anni, sotto dittature spietate che si proponevano di annientare la Chiesa. Furono ridotti e soppressi i seminari, si tentò di fondare una chiesa nazionalista, furono dispersi gli ordini religiosi, si vietò ogni contatto con Roma, fu soffocata la stampa cattolica. La Chiesa fu ridotta al silenzio». Ma «i cattolici soppravvissero nel nascondimento della propria coscienza. Quando i fedeli, durante i processi manipolati, si appellavano al rispetto delle leggi e della coscienza, la risposta era disprezzo e derisione». Ebbene, ha fatto notare il celebrante «di fronte a questi atteggiamenti disumani, i martiri imitavano Cristo». Solo così l’arcivescovo Matulionis poté «sopportare le umiliazioni e i disagi di una prigionia ingiusta e disumana» al punto che «questa lealtà verso il Vangelo è testimoniata da molti che videro in lui un “vero uomo di Dio” e un “santo”».

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19 ottobre 2019

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