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Denuncia
del colonialismo

· Ripubblicato in Italia il primo libro di Chinua Achebe ·

Ci si è chiesti spesso come definire le letterature africane. Recentemente, ancora, a quasi tre anni dalla morte di uno dei massimi autori nigeriani, Chinua Achebe (etnia ibo, sud-est del paese), in concomitanza con il riapparire del suo primo libro Le cose crollano (Milano, La Nave di Teseo, 2016, pagine 202, euro 18).

Chinua Achebe

Nel 1986, al conferimento del Nobel a Wole Soyinka, altro nigeriano (etnia yoruba, Nigeria occidentale), premio al quale anche Achebe era stato candidato, esprimendosi entrambi in lingua inglese, il quesito si era imposto nel dubbio che il codice di “occupazione” potesse o meno usarsi creativamente dai nativi di colore. Al che Achebe aveva precisato il suo “sì”, ma in piena comunione con gli idiomi ancestrali.
Il cosiddetto terzo mondo che opta per l’inglese gode di molti vantaggi, nonostante incontri non poche difficoltà, come un vocabolario base per ricreare una cultura; il passaggio da locuzioni autoctone a voci internazionali; la mancata equivalenza tra parole e immagini e l’impossibilità di mantenere strutture linguistiche ataviche — come i proverbi, ad esempio — in versioni moderne molto meno, o diversamente, immaginifiche.
«In compagnia dei libri di Achebe — ebbe a ricordare il sudafricano Nelson Mandela, premio Nobel per la pace del 1983 — crollavano le mura della prigione».

E fu grazie ad Achebe che mutò la concezione dell’Africa secondo il motto «anche il leone deve avere chi racconta la sua storia, non solo il cacciatore».

di Claudio Toscani

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17 agosto 2019

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