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Maschilismo o crisi del personale?

· Negli esami di ammissione alla facoltà di medicina della Tokyo Medical University ·

La storia potrebbe essere intitolata, “vi piace vincere facile?” come in una nota pubblicità. Bastava essere nati del sesso giusto: “ovviamente” quello maschile. Un’indagine interna della Tokyo Medical University ha rivelato infatti che i punteggi degli esami di ammissione erano stati alterati per anni, con lo scopo di limitare il numero di studentesse e assicurare così una consistente “quota blu” di dottori. Per essere sicuri che il “secondo sesso” sarebbe restato tale di nome e di fatto, negli esami di ammissione di quest’anno la scuola aveva ridotto addirittura di un quinto tutti i punteggi dei test di primo livello dei candidati donne e ne aveva aggiunti altrettanti a quei candidati tanto fortunati quanto involontari portatori naturali della coppia di cromosomi xy.

Immediatamente sono arrivate le scuse del direttore Mr Yukioka, con appena dodici anni di ritardo.

La prospettiva che le donne abbandonino la forza lavoro, temporaneamente o permanentemente, a causa del matrimonio o della gravidanza, è stata a lungo indicata come motivo per cui le aziende giapponesi sono più disponibili a promuovere gli uomini, ma un’istituzione come un’università che nega per “protocollo” l’accesso alle donne costituisce qualcosa di assolutamente inedito. Queste discutibili politiche della Tokyo Medical University sono state il detonatore di una valanga di critiche verso l’università, provenienti sia dal Giappone che, soprattutto, dal resto del mondo. Ora però un sondaggio del portale giapponese Joy.net ha fatto una scoperta alquanto sorprendente: esiste un’opinione diffusa tra le donne, anzi tra le dottoresse (ovvero proprio le “vittime” chiamate in causa) che, invece di stracciarsi le vesti e gridare allo scandalo come hanno fatto la gran parte di giornali occidentali, confessano di comprendere le ragioni di fondo di tale politica.

Dopo aver chiesto a un centinaio di donne dal camice bianco la loro opinione sulla manomissione del punteggio dei test dell’Università di Tokyo, infatti, il portale ha ottenuto le seguenti risposte: «Posso comprendere il perché» per il 13,5 percento. «Posso parzialmente comprenderne le ragioni» per il 51,4 percento, mentre contrari senza riserve “solo” il 35,1 percento. In altre parole, la maggioranza delle dottoresse, il 64,9 percento, poteva in qualche modo capire la logica che sta dietro la decisione della Tokyo Medical University di limitare il numero di studentesse da ammettere nei propri corsi, indipendentemente dal merito accademico.

Tra i vari commenti registrati nel sondaggio ve ne sono diversi che rendono esplicito il motivo per cui le stesse dottoresse non erano del tutto contro quel tipo di politica: «È un dato di fatto che quando le dottoresse restano incinte o partoriscono gli altri dottori sono costretti a fare gli “straordinari” per compensarne la mancanza, e quindi si può ben capire la scelta di evitare questa emergenza limitando il numero di donne». Un’altra intervistata: «Io stessa limito la quantità di lavoro che svolgo, in modo da potermi occupare dei miei figli, e di conseguenza ci sono molte cose che hanno a che fare con il mio lavoro di dottoressa che non riesco a portare a termine. Sono la madre di un bambino di due anni, e ho continuato a lavorare facendo turni regolari, eppure ci sono molte dottoresse che non riescono a tenere il passo e vogliono andare in maternità il prima possibile».

In sostanza, secondo le stesse dottoresse, dietro la decisione di adottare quel tipo di politica non c’è bieco maschilismo, come invece molti giornali si erano affrettati a scrivere rilanciando la notizia, ma piuttosto carenza di medici.

Quindi in gioco è la capacità di una struttura di riuscire o meno ad assistere i propri pazienti, ovvero la ragione sociale stessa dell’istituto. Certamente, pagata dalle donne, ma non con intenzione maschilista.

La notizia dei punteggi alterati è stata ripresa e rilanciata da un numero molto alto di media internazionali, mentre il sondaggio di cui sopra è stato largamente ignorato da chi la notizia l’aveva data a suon di trombe. In uno di questi giornali, molto diffuso a livello globale e con un gran seguito in rete, ogni volta che si accede al sito appare come banner/pubblicità per invogliare il lettore a sottoscrivere l’abbonamento: «Il nostro giornalismo è libero dall’influenza di milionari e politici… nessuno guida le nostre opinioni». Insomma, il giornale invoca un’etica volta all’obiettività e all’imparzialità. Ma un giornalismo veramente imparziale dovrebbe rendere conto di tutti i fatti, e non solo di quelli che meglio rinforzano luoghi comuni che rassicurano il lettore -medio, che così li condivide il più celermente possibile — in quello stato semi-cosciente che è tipico del lettore medio social — in rete.

di Cristian Martini Grimaldi

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16 novembre 2019

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