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Terra di frontiera

· ​Domenica il Papa nella parrocchia di San Paolo della Croce a Corviale ·

Si scrive Corviale, si legge «serpentone». Perché sin dalla nascita questo quartiere della periferia occidentale di Roma è identificato con il tristemente noto «mostro» di cemento armato lungo un chilometro: un complesso residenziale composto da due palazzoni-dormitorio collegati da ponti in un unico edificio di una decina di piani, in cui sono stati ricavati 1200 appartamenti. Realizzato agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso lungo la Portuense, oggi ospita, tra grandi difficoltà, circa settemila persone, in prevalenza anziani. Ed è qui che Papa Francesco domenica 15 aprile compie la visita pastorale alla parrocchia di San Paolo della Croce.

Nel primo pomeriggio il vescovo di Roma costeggerà con l’automobile la sagoma inquietante di questo scempio di architettura urbana — simbolo di degrado nella cultura di massa, immortalato anche in pellicole cinematografiche — per poi raggiungere la vicina chiesa parrocchiale di via Poggio Verde. Si tratta della seconda comunità romana incontrata dal Pontefice nel 2018, dopo quella di San Gelasio i a Ponte Mammolo, dove si era recato il 25 febbraio scorso.

Ancora una “periferia” dunque, e tra le più dimenticate, sebbene il parroco don Roberto Cassano si affretti a precisare che oggi «non c’è più la delinquenza del passato» perché «la zona è stata parzialmente riqualificata. Con l’allungarsi delle giornate si passeggia tranquillamente fino a sera». Fiori all’occhiello ne sono la biblioteca comunale, che conserva tredicimila volumi e un nutrito catalogo di dvd, la piscina gestita dalle Acli, il calcio sociale e il protagonismo di associazioni e cooperative, e degli stessi animatori della parrocchia, che propongono diverse iniziative per cercare di coinvolgere i residenti. «Noi — dice il sacerdote — aiutiamo cento famiglie povere, sono circa 310 persone. Fin dove possibile ci impegniamo per pagare le bollette e gli affitti di chi proprio non ce la fa».

Eppure una sorta di diffidenza continua ad aleggiare non solo tra chi considera Corviale e il suo monotono grigiore una terra di frontiera da cui tenersi alla larga; ma tra gli stessi abitanti, condannati a un destino di isolamento dal resto della città a causa del fallimento di alcune sperimentazioni architettoniche che all’epoca, anche sull’onda di una certa impostazione ideologica, erano considerate avveniristiche, ma si rivelarono ben presto catastrofiche.

Ecco perché l’arrivo del Papa, così come avvenne nel 1992 con Giovanni Paolo II, può essere l’occasione per un nuovo slancio. Una possibilità di riscatto attesa da anni, da quando cioè — senza che il progetto fosse terminato, a causa dei numerosi sfratti pendenti in quel periodo — cominciarono a giungere le prime famiglie. Cieche e insensate politiche di insediamento fecero affluire in quella che doveva essere una comunità urbana autosufficiente, con classi sociali eterogenee ma integrate, soltanto categorie in difficoltà e a basso reddito: assegnatari delle liste dell’Istituto autonomo delle case popolari (Iacp), sfrattati, baraccati provenienti dalle borgate, occupanti appartenenti a movimenti di lotta per la casa, cui si sono aggiunti nel tempo abusivi e immigrati. 

di Gianluca Biccini

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24 agosto 2019

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