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Teologia e pietà eucaristica

· La preparazione alla messa secondo san Bonaventura da Bagnoregio ·

La teologia di san Bonaventura è certamente un'«intelligenza della fede»; ma, in profondità, essa si può fondatamente definire come uno sguardo appassionato e amoroso a Cristo crocifisso, alla cui luce egli illustra e contempla tutta la realtà.

E, infatti, egli vede suggestivamente nella Scrittura — e quindi nella struttura della teologia — la forma della croce, o, come la chiama, una «forma di croce intelligibile» ( Breviloquium , Prologus) che con i suoi bracci comprende e riassume tutta la realtà e tutta la storia; d'altronde egli aveva dinanzi in Francesco d'Assisi stigmatizzato, in un certo senso, l'icona viva di quella teologia.

Se tutte le opere di Bonaventura si risolvono, ultimamente, in una teologia cruciforme, con particolare intensità e suggestione, a essa introducono alcuni degli Opuscula mystica , come il Lignum vitae , il De perfectione vitae , l' Officium de passione Domini.

In questa linea si comprendono la dottrina e la spiritualità eucaristica del teologo francescano, che a essa dedica uno dei suoi opuscoli mistici, il Trattato sulla preparazione alla messa , o al «più sublime dei sacramenti», al sacramento del «corpo e sangue prezioso di Nostro Signore».

Forse una sua rilettura — «con intimo affetto e premura», come la vuole il dottor serafico — sarebbe provvidenziale, oggi che sembra diffusa una certa superficialità disattenta a un «così grande mistero» e allo stato della coscienza di chi lo celebra e vi accede.

Per Bonaventura la prima condizione è la fede su «la verità e la natura di questo sacramento», che riassume così: in virtù delle parole di Cristo, e grazie al «ministero e servizio sacerdotale», il pane materiale, in docile obbedienza «al vero Creatore», cede il posto al «Pane vivificante». Così, «si rendono presenti: la purissima carne di Cristo», il «sangue prezioso che felicemente sgorgò in croce per la salvezza del mondo», «la preclara anima di Cristo in cui sono riposti tutti i tesori della sapienza divina», e quindi «Dio glorioso nella sua maestà». Nelle due specie consacrate si trova «il vero Dio e uomo, a cui assistono numerosi angeli e sono presenti i santi»: il mondo celeste e invisibile circonda il corpo del Signore.

Bonaventura si sofferma anche a mostrare quanto sia conveniente e bello — quam pulchre — che il corpo e il sangue di Cristo si celino sotto le specie del pane e del vino: «Il pane, infatti, rappresenta questo corpo triturato, macinato e pesto nella passione, cotto e arso dal fuoco dell'amore divino nel camino e sull'altare della croce. Il vino significa il sangue spremuto dall'uva, cioè dal corpo di Cristo calpestato sul torchio della croce».

Ammonisce il dottor serafico: «Quando ti accosti all'altare, guardati dal vacillare su questo sacramento istituito da Cristo, predicato dagli apostoli, celebrato e solennizzato con tanti riti dai santi Padri autentici». E aggiunge: «Togli dalla Chiesa questo sacramento, e nel mondo non vi sarà che errore e infedeltà e il popolo cristiano sarà disperso e dedito all'idolatria. Per esso si regge la Chiesa, si fortifica la fede, fioriscono la religione cristiana e il culto divino»; «questo sacramento contiene la fonte delle grazie e della santità e l'autore della salvezza». Ma al santo francescano, oltre che sulla fede, preme non meno che ci si esamini con sincerità e rigore «sul proposito e sulla disposizione» con cui si accede all'altare: se l'anima «è staccata dalla radice di Cristo e della Chiesa», «quel pane di vita e quel cibo divino non infondono la vita e non recano nutrimento alle membra recise e in stato di morte».

E segue, a questo punto, un pessimo giudizio sui ministri del suo tempo «che mangiano il corpo di Cristo sull'altare, avvolti e contaminati da abomini». E non esita a dire: «Quanti oggi accedono ai sacri ordini e ai divini misteri, avidi non del pane celeste, ma di quello terreno; non dello Spirito, ma del lucro; non dell'onore a Dio, ma della loro ambizione».

Sono, invece, necessari «la carità e il fervore»; e, nel caso di tiepidezza e pigrizia, si ha bisogno «del soffio dello Spirito e della fiamma della carità», di «un ardente fuoco del cuore» e di una «profonda umiltà», che le cancelli e le dissolva. A queste condizioni, la «santa comunione» matura molteplici frutti: «la remissione dei peccati, la luce della mente, la forza interiore, l'unione di Cristo e del suo corpo mistico», e altri frutti ancora, come «uno stile di vita simile a quello degli angeli».

D'altronde, se non si assume «l'alimento del corpo di Cristo e il sostentamento della vita», si «diventa come un membro arido» che non viene più nutrito.

La celebrazione eucaristica domanda, in particolare, un'intenta meditazione sulla passione di Cristo e sul suo corpo e sangue lasciati nel sacramento, ossia: su «l'incendio dell'infinita carità, con cui la bontà divina ha sostenuto [per noi] l'obbrobrio così doloroso della croce», e sul «nobilissimo nutrimento del suo corpo e la dolcissima bevanda del suo sangue»; o sulla «beatissima morte» del Signore, avvenuta una volta per sempre e da noi misticamente offerta ogni giorno.

In questo lascito eucaristico — continua Bonaventura — appare come Dio abbia cura «di nutrire il suo nobilissimo Corpo mistico, che è la Chiesa, di cui Cristo, Figlio di Dio, è il capo»; chi ne mangia «è incorporato a Cristo ed è ammesso all'unità e all'amore dello Spirito di Cristo».

Ma i motivi eucaristici dottrinali e teologici riscontrati in questo opuscolo di Bonaventura, e che non hanno perduto nulla del loro valore e della loro attualità, si intrecciano con prolungate e fervide preghiere, entrate nell'uso della Chiesa in preparazione alla messa. Ne risentiamo un accento: «Padre celeste, memore della morte del Figlio tuo unigenito e Signore nostro Gesù Cristo, ti offro questa vittima che già lui stesso una volta ti offrì per la salvezza mia e di tutto il mondo. Ecco, rimetto sull'altare della tua maestà quell'oblazione viva, che tu con tanta pietà hai posto sull'altare della croce per essere immolata per noi. Ricorda quel sacrosanto sudore, scorrente in terra come gocce di sangue. Guarda quella carne virginea crudelmente flagellata. Quella pietà che vinse e trasse il Figlio tuo a misurare in sé il peso dei peccati di tutto il mondo sopra la bilancia della croce, ti spinga, o Padre, a usar misericordia per noi miseri».

Così, spontaneamente, la teologia di Bonaventura si trasforma in pietà. Lo stesso che avviene in Tommaso, che seppe convertire mirabilmente la sua elaborata riflessione eucaristica negli inni e nelle preghiere del Corpus Domini .

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16 luglio 2019

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