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Tensioni dopo la revoca
dell’autonomia
del Kashmir

· Critiche da Pakistan e Cina ·

Dopo le decisioni del governo indiano che revocano l’autonomia dello Stato del Jammu e Kashmir, sono scoppiate critiche e proteste, non solo sul territorio. Il presidente del Pakistan, Imran Khan, ha detto che si batterà contro la revoca dello «status speciale» rivolgendosi al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Khan ha detto che l’intenzione dell’India è quella di cambiare la demografia del Kashmir e ha sostenuto che le mosse indiane siano contrarie al diritto internazionale.

Soldati indiani per le strade del Kashmir (Afp)

Critiche anche dalla Cina che ritiene «inaccettabile» la nuova disposizione indiana. L’India dovrebbe «evitare azioni nel Jammu e Kashmir che potrebbero complicare le questioni nella regione». Lo ha dichiarato il ministero degli esteri cinese in una nota. In risposta il ministero degli esteri indiano ha dichiarato che la riorganizzazione del Jammu e Kashmir è «una questione interna riguardante il territorio dell’India, che non commenta gli affari interni di altri Paesi e si aspetta che gli altri Paesi facciano altrettanto».

Attraverso l’abrogazione di due articoli costituzionali (il 370 e il 35a) New Delhi dapprima ha revocato lo «status speciale» garantito al Kashmir fin dagli anni Cinquanta e che dava molta autonomia al governo locale. Poi, ha diviso il Kashmir in due Stati, uno che continuerà a chiamarsi Jammu e Kashmir (il nome formale del Kashmir) e che avrà un parlamento statale, l’altro chiamato Ladakh, che non avrà un parlamento. L’obiettivo è distinguere un’area a maggioranza buddista da una a maggioranza musulmana. La questione è stata immediatamente posta all’attenzione dell’Alta corte affinché ne valuti la costituzionalità.

Il governo indiano, guidato dal primo ministro nazionalista indù e conservatore Narendra Modi, ha descritto i due provvedimenti come semplici mosse amministrative e di riorganizzazione territoriale. I suoi critici hanno parlato di un «attacco all’identità secolare dell’India» e di un duro colpo a un paese che ha sempre descritto sé stesso come una delle più libere e stabili democrazie tra i Paesi in via di sviluppo.

Sul fronte interno, la polizia di New Delhi ha confermato la morte di un manifestante a Srinagar — una delle due capitali dello Jammu e Kashmir, quella del periodo estivo — rimasto colpito negli scontri in piazza. E il quotidiano «The Hindu» riferisce di oltre cento tra esponenti di diversi partiti politici e attivisti arrestati, su disposizione di magistrati, nella valle del Kashmir.

Srinagar è stata presidiata dalla polizia federale che imponendo una limitazione alla libera circolazione delle persone, ha costretto i suoi abitanti a lasciare l’area e un gran numero di attività commerciali a rimanere chiuse per il terzo giorno consecutivo. Risultano inoltre interrotti i servizi telefonici e internet.

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20 novembre 2019

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