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Tensione tra Ankara e Washington sui curdi

· ​Erdoğan minaccia un’offensiva nel nord della Siria ·

La Turchia non dà alcuna garanzia che le formazioni curde nel nord della Siria non verranno attaccate dopo il ritiro delle truppe statunitensi. Questa la posizione del governo del presidente Recep Tayyip Erdoğan, in aperta polemica con Washington, da sempre alleato delle Unità di protezione popolare (Ypg).

Ieri Erdoğan si è rifiutato di incontrare il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense, John Bolton, in visita in Turchia. Bolton aveva dichiarato che «una condizione essenziale del ritiro degli Stati Uniti dalla Siria è garantire la sicurezza dei loro maggiori alleati sul terreno in questi anni di lotta ai terroristi jihadisti: i curdi». Il leader di Ankara ha affermato che «si tratta di una condizione inaccettabile: se ci sono altri terroristi che cercano di ostacolare i nostri sforzi, certamente ci occuperemo anche di loro». Il presidente è quindi tornato a minacciare un’offensiva oltreconfine, ribadendo che il suo esercito «è pronto ad agire in qualsiasi momento». I curdi siriani sono considerati da Ankara un gruppo vicino al Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), e quindi di matrice terroristica. A incontrare Bolton è stato invece İbrahim Kalın, portavoce e consigliere del presidente Erdoğan. Kalın ha chiesto agli Stati Uniti di consegnare sedici delle sue basi militari nel nord della Siria, dopo che le loro truppe si saranno ritirate. Se questo non fosse possibile, Ankara vorrebbe che le basi «venissero distrutte» per non finire nelle mani dei curdi. «Siamo contenti della decisione di Trump sul ritiro, ma occorre chiarire che tipo di struttura resterà, che ne sarà delle armi pesanti fornite ai curdi» ha spiegato Kalın. «Quello che ci aspettiamo è che vengano recuperate tutte le armi consegnate».

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15 settembre 2019

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