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Tensione ancora alta
in Venezuela

· Due morti e decine di feriti durante le manifestazioni degli ultimi giorni, mentre Guaidó annuncia un’ondata di scioperi e Maduro apre a “cambiamenti” nel governo ·

Dopo l’improvviso aggravarsi della tensione politica, martedì scorso, con due persone rimaste uccise a seguito delle manifestazioni che si sono svolte in diverse zone del paese (ultima vittima in ordine di tempo è una donna di 27 anni, Jurubith Betzabeth Rausseo García, che sarebbe stata centrata da un proiettile nel quartiere di Altamira, a Caracas) il Venezuela è stato teatro anche ieri di due imponenti mobilitazioni, a favore e contro il governo di Maduro.

Un dimostrante brucia banconote del Venezuela nel corso di una  manifestazione a Caracas (EPA)

Mentre quest’ultimo ha celebrato «la sconfitta della destra golpista» che «voleva portare il paese alla guerra civile», la giornata di protesta dei sostenitori del leader dell’opposizione, Juan Guaidó, pur svoltasi nell’ambito delle celebrazioni internazionali del 1° maggio, è diventata parte di quella “Operazione Libertà” che, ha affermato Guaidó, «terminerà quando l’attuale capo dello stato “illegittimo” avrà abbandonato il Palazzo di Miraflores».

In vari punti di Caracas, e anche in altre località venezuelane, ci sono stati incidenti fra gruppi di opposizione e guardia nazionale bolivariana che, secondo alcune ong di difesa dei diritti umani, hanno causato decine di feriti. Arringando i suoi sostenitori nel quartiere El Marqués della capitale, Guaidó ha annunciato che a partire da oggi inizierà un programma di scioperi scaglionati nell’amministrazione pubblica, fino a far sì che tutti i settori si uniscano in uno sciopero generale. «Resteremo nelle strade fino a ottenere la fine dell’usurpazione, un governo di transizione e libere elezioni», ha detto il leader dell’opposizione.

Da parte sua, Maduro, rivolgendosi ai partecipanti a quella che è stata presentata come una «Marea rossa» di «vari chilometri di militanti», «una mobilitazione monumentale», ha espresso parole molto dure nei confronti degli oppositori, che ha definito «un gruppo di persone, di codardi e criminali, che rispondevano alla destra golpista», i quali «devono capire, una volta per tutte, che entrare nel palazzo presidenziale di Miraflores è possibile solo col voto popolare e mai con l’uso di armi della Repubblica contro la Repubblica».

Intanto, lo scontro politico venezuelano è stato oggetto delle attenzioni delle principali cancellerie mondiali. Mentre lo storico leader dell’opposizione Leopoldo López — liberato martedì scorso dai sostenitori di Guaidó dagli arresti domiciliari in cui si trovava — si è rifugiato nella residenza dell’ambasciatore spagnolo a Caracas, sia gli Stati Uniti sia la Russia sono intervenuti nelle ultime ore per lanciare reciproci avvertimenti a non lasciarsi tentare dall’ipotesi di un intervento militare nel paese sudamericano. Da Washington, il presidente Trump, attraverso Twitter, ha fatto sapere che gli Stati Uniti «seguono da vicino» la «terribile» situazione in Venezuela e «stanno facendo tutto il possibile» per aiutare il popolo venezuelano, mantenendo «aperte molte opzioni». La reazione di Mosca è stata immediata, ed è arrivata per bocca del ministro degli affari esteri Sergej Lavrov, il quale ha ammonito Washington a non immischiarsi negli affari interni del Venezuela, minacciando altrimenti «gravi conseguenze»: «È una violazione flagrante del diritto internazionale che non ha nulla a che fare con la democrazia», avrebbe affermato Lavrov in quella che è stata descritta come una «burrascosa» telefonata con il segretario di stato Usa, Mike Pompeo.

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08 dicembre 2019

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