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Tenete gli occhi aperti

· Il testo inedito del discorso che Paolo VI pronunciò il 3 marzo 1965 visitando all’Aventino l’istituto Pio IX ·

​Dal numero 70 (dicembre 2015) del «Notiziario» dell’Istituto Paolo VI anticipiamo stralci di un articolo che introduce un testo inedito di Montini.

Dal numero 70 (dicembre 2015) del «Notiziario» dell’Istituto Paolo VI anticipiamo stralci di un articolo che introduce un testo inedito di Montini.

Il 3 marzo 1965 Papa Montini accolse l’invito dei Fratelli delle Scuole Cristiane e si recò in visita all’Istituto scolastico Pio IX, situato sul Colle Aventino in Roma. Sorto per volere di Papa Pio IX e diretto dai figli di san Giovanni Battista de La Salle, in quel periodo ospitava le scuole elementari, medie e superiori (nello specifico l’Istituto Tecnico Industriale con le sezioni meccanici e chimici). Paolo VI, al suo arrivo, volle intrattenersi con i giovani delle due sezioni, informandosi lungamente sul funzionamento degli strumenti che venivano utilizzati per le esercitazioni di laboratorio; quindi si recò nella cappella per pregare insieme ai Fratelli, e, in ultimo, si diresse nel grande atrio dove l’attendevano circa settecento ragazzi con le proprie famiglie, ansiosi di ascoltare le sue parole.

Oggi abbiamo la fortuna di disporre della versione integrale del discorso del Papa, dato che era stata pubblicata una versione sintetica, la quale non consentiva di comprenderne appieno il valore. Si tratta di una trascrizione fedele, effettuata dalla registrazione su nastro dai Fratelli delle Scuole Cristiane e ritrovata nell’Archivio del Pio IX, che inonda di luce nuova il documento: ci permette di coglierne alcune sfumature che, altrimenti, sarebbero passate inosservate.

di Patrizia Moretti

Il testo inedito del discorso che Paolo VI pronunciò il 3 marzo 1965 visitando all’Aventino l’istituto Pio IX

Tenete gli occhi aperti

Carissimi Figli, innanzitutto grazie: grazie di questo bel dono (un vaso di rose in ferro battuto eseguito dagli alunni), che indica già la vostra perizia e la vostra gentilezza; grazie dei fiori che mi avete presentato per mano dei vostri compagni e grazie di questa accoglienza che mi fa tanto piacere e mi lascia vedere anche, con occhio non ancora esperto, tutte le bellezze che sono qui dentro, la prosperità di questo Istituto. Io dovrei dire — forse già lo sapranno — a questi ragazzi: questo Istituto è a me particolarmente caro, perché sempre guardo con grande simpatia e grande stima dove sono i ragazzi e dov’è la scuola e dove sono i Fratelli e dei maestri così. Ma forse lo sapete: io ho abitato quattro anni, e cioè dal 1928 al 1932, qui a due passi, in via delle Terme Deciane n. 10, secondo piano; e la Santa Messa la dicevo qui a Santa Prisca, dove allora era la Comunità delle Agostiniane — che stanno adesso ai Santi Quattro —, ma non so se sia sopravvissuta qualcuna di quelle buone suore.

Papa Montini all’istituto diretto a Roma dai Fratelli delle scuole cristiane

Tutte le mattine venivo qui; qualche volta per qualche festa, qualche cerimonia, in qualche domenica venivo anche a celebrare la Santa Messa nella Cappella: vi ho anche predicato, e tante volte tutto l’Istituto Pio IX veniva a Santa Prisca.

C’era allora Fratel Ugo [al secolo Ugo Alibani (1896-1985), vicedirettore dell’Istituto e maestro di canto]. Fratel Ugo era non un maestro, ma un mago, perché sapeva cavare dalle voci dei vostri compagni d’allora effetti musicali meravigliosi, che avrebbero potuto stare nei primi teatri del mondo. Io mi ricordo una preparazione dell’Avvento fatta appunto con dei canti — che ancora ho un po’ nell’orecchio — dei vostri professori, degli allievi dell’Istituto Pio IX di quel tempo. Quindi sono, ripeto, abbastanza fedele e grato all’Istituto che mi ha arricchito di queste belle impressioni, di queste buone memorie. Una parola, quindi. a questi buoni, cari e stimati Fratelli delle Scuole Cristiane.

Cari Fratelli, innanzitutto mi compiaccio della prosperità, della modernità dello sviluppo che riscontro in questo Istituto, del numero stesso di alunni che voi ospitate ed educate. So bene che questo Istituto — per quanto bello e grande sia — è uno dei tanti, innumerevoli a cui questa distintissima e benemerentissima famiglia religiosa dedica le sue cure, e, da questo Istituto, vorrei che arrivasse un saluto a tutte le vostre scuole sparse nel mondo, a tutti i vostri confratelli, con questa particolare intenzione che forse si direbbe meglio a bassa voce che ad alta, ma è bene che la sentano anche questi figlioli. Vorrei con questo mio saluto e questa mia benedizione confinare la vostra vocazione che è una vocazione difficile, che richiede tanti, tanti sacrifici, una dedizione senza riposo, un dono di sé, di tutte le ore, di tutti i giorni, di tutte le forze. Avete lasciato tutto: l’abito, la famiglia, lo stesso vostro nome di origine; tutto avete donato per essere Fratelli delle Scuole Cristiane. Avete messo sulle vostre spalle — sapendolo — una croce pesante.

Io vorrei confortarvi a portarla sempre con coraggio, questa croce, sapendo che la Chiesa vi vuole molto bene, che vi stima, che sa il prezzo del vostro sacrificio, della vostra dedizione. E semmai questo vostro servizio alla gioventù e alle nuove generazioni è stato degno di plauso e di incoraggiamento, mi pare che questa sia l’ora di dirlo in maniera più grande, più esplicita, lieto di essere rivestito della Divina Provvidenza di questo grande mandato di Vicario di Cristo per dirvi in nome del Signore: continuate, perseverate, siete sulla strada regale del servizio di Dio e della Chiesa. Non mancheranno per voi né le consolazioni, né i meriti, né i riconoscimenti, né il premio eterno. Siate sicuri.

E poi volgo gli occhi e vedo le famiglie; do anche ad esse un saluto; a tutti i papà e alle mamme, ai fratelli e alle sorelle e alle vostre case. Ai papà e alle mamme dirò che hanno fatto bene ad avere fiducia in questi maestri, in questi educatori, che possono confortare il loro animo, sempre trepidante per l’educazione dei figli, sapendo di averli affidati a mani esperte, buone, disinteressate e pure. Abbiate sempre fiducia in questi educatori ed aiutateli, non date i vostri figlioli senza pensarci più. Cercate di coordinare la vostra opera educativa a quella di questi maestri; domandate loro che cosa si deve fare per il bene dei vostri figlioli; stabilite una conversazione tra famiglia e scuola, come sempre si va auspicando, e vedrete che una delle gioie più grandi della vostra vita — e fonte di meriti superiori — sarà quella appunto di aver atteso all’educazione buona, moderna, perfetta dei vostri figlioli, secondo gli stessi vostri desideri e secondo il piano della Divina Bontà. Accordate, ripeto, fiducia all’Istituto Pio IX che la merita.

E poi sarebbe da fare, adesso, il discorso ai ragazzi. Ma chissà... andrebbe per le lunghe. Intanto dirò così: lascio una bella medaglia a ciascuno, come quella che ho data a quelli che sono venuti qui. E quella vi sarà di ricordo. «Il Papa è venuto e ha dato una medaglia a me perché vuole proprio che mi ricordi di tutto quello che ispira la sua visita».

E poi mi vorrei dilungare a salutare tutte le classi, tutte le categorie, specialmente quelle dei più piccoli, che ho qui davanti a me, e quella dei più grandi, che ho visto nei laboratori, e con grandissima compiacenza: gioventù così brava e così laboriosa in queste aule di formazione non soltanto scientifica e morale, ma anche professionale. Ma dirò una sola cosa. Guardo e saluto tutti.

Che cosa vi dice il Papa? Vi dice di «tenere gli occhi aperti». E tanti di voi mi potrebbero rispondere: «Ma li abbiamo». E io vi dico che bisogna tenerli aperti in una maniera ancora più intelligente, ancora più esperta, ancora migliore. Ho conosciuto tanti ragazzi, sapete — ma voi siete molto più bravi di quelli che ho conosciuto io —, i quali, si direbbe, vivevano ad occhi chiusi: non si accorgevano di niente di quello che stava dintorno. Non avevano nessuna visione, nessuna idea, sopra il panorama della città, della vita, dei problemi moderni, e così via. Non avevano la capacità di capire le cose.

Invece io vi auguro di essere sempre con gli occhi aperti. Innanzitutto sui vostri libri. Tenete lo sguardo fisso, aperto alle vostre lezioni, a quello che imparate; non perdete tempo. Guardate che la vita è preziosa, la vita è breve; i vostri anni di fanciullezza e di giovinezza, passano e non tornano più. Quanta, quanta gente si sente dire: «Che sciocco sono stato; potevo e non sono stato bravo ad approfittare. E questo perché? Ma perché mentre il professore spiegava tenevo gli occhi di qua e di là». Tenete gli occhi fissi, tenete gli occhi aperti sui vostri libri e poi, e poi guardate.

Sembrerà che quasi sia superfluo quello che io vi dico, ma non è. Tenete gli occhi aperti sul vostro Istituto: capitelo, vedete che cosa è, come è bello, come è amoroso, come tutto è rivolto al vostro bene; è una fortuna per voi. Vi accorgerete, figlioli, che qui siete immensamente amati, che siete serviti, che c’è della gente che potrebbe fare tante belle carriere, che ha rinunciato a tutto per voi, proprio per voi. Vi accorgerete che siete oggetto di questi sacrifici, di questo amore. E allora domanderei: se avete gli occhi aperti, avete anche il cuore aperto?

Volete bene ai vostri «Fratelli», ai vostri «Maestri»? Sì... Ecco, non è vero? Se voi — e qui il discorso andrebbe ai più grandi — tenete gli occhi aperti sulle grandi verità della vita, può essere che voi siate attentissimi davvero, con gli occhi spalancati e fissi sui vostri strumenti meravigliosi, che guardiate in maniera incantevole i fenomeni della fisica e della chimica, le nuove leggi che vengono scoperte e applicate; potrebbe — ripeto — succedere che questa visione del mondo fisico, del mondo meccanico diventasse uno schermo per voi e che il vostro occhio si fermasse lì e non vedesse che macchine, che movimenti, che fenomeni fisici e chimici; non vedesse che il risultato economico, che può nascere dal lavoro che avete per le mani, e diceste: «Questo è tutto». Sareste ciechi, sareste miopi, cioè la vostra visione sarebbe incompleta, sarebbe come se uno vedesse al di fuori e non capisse che di là da questa scena del mondo fisico e chimico e dal mondo della natura che si squaderna c’è... c’è... che cosa c’è? [I giovani rispondono: Dio].

Ah, lo sapete, ma, certamente, siete così bravi voi, voi che li usate questi strumenti; è spontaneo da parte vostra il dire: «Ma guarda che cosa ho incontrato qui...». Che cosa? Un ferro? No, un pensiero, perché ha una legge. E chi è che fa questa legge? Al di là di questo schermo fisico, chimico, che è del mondo della natura — che ci palesa le sue immense, bellissime, complicatissime leggi, di cui diventiamo padroni —, che c’è? Tenete gli occhi aperti! Guardate! Che cosa vuol dire intelligente? Intus legere, leggere dentro. Bisogna essere capaci di leggere dentro le cose, non soltanto il loro aspetto esterno, non soltanto la faccia esteriore, ma dentro. E allora sappiate che avete una grande vocazione davanti oh giovani! Quella di rifare... come dire: l’alleanza? L’amicizia? La concordia? L’armonia fra il mondo esteriore della meccanica, dell’industria e il mondo superiore della vita del pensiero, della vita spirituale, e della vita religiosa? Sì. E voi lo potete! Ecco perché vi dico: tenete gli occhi aperti.

Voi avete la fortuna di essere in una casa che educa a questa visione interiore, che vi abitua a questa penetrazione. Voi conoscete i raggi che entrano e passano attraverso i corpi opachi. La vostra anima intelligente deve essere qualcosa di simile: leggere, attraverso l’opacità delle cose, quello che c’è dentro, quello che c’è sotto; troverete un mondo ancora più meraviglioso di quello che i vostri sensi vi presentano. Il mondo del mistero, il mondo sconfinato della realtà che non possiamo misurare, ma che ci viene incontro e che ci dice una parola che non avremmo mai potuto aspettare: chi è quel Dio che sta dietro questo schermo? Mistero!

E chi invece mi insegna a leggere, a capire in una sola parola il suo cuore? È la religione di Cristo che vi dice: «Guarda, il Dio che sta al di là delle cose che vedi è un Dio che ti ama... E un Dio Padre!... E un Dio che vuoi venire in contatto, a colloquio con te». La vita diventa stupenda, diventa meravigliosa, e proprio voi che siete quasi candidati — direi — a servire la materia, siete chiamati più degli altri a indovinare, a leggere lo spirito.

Siete chiamati a rendere questo grande servizio al mondo moderno: a ridargli un’anima, a ridargli un respiro, una capacità di preghiera e — diciamo tutto in una sola parola, che tutto conclude — ad essere e ritornare cristiano.

Lo farete, cari figlioli? [I giovani rispondono: Sì] Bravi! E vedrete che la vita — ripeto — diventerà bella e interessante. Avrete qualche fatica: bisogna tenere l’anima insonne, sempre tesa verso queste realtà superiori, ma vedrete — come vi dicevo — che esse vi vengono incontro con un saluto di amore, di amicizia, di speranza che vi dice: «Ecco questa è la vita vera! La vita cristiana!».

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