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Tempesta afghana

· Le prospettive del Paese alle prese con la nuova escalation del terrore dopo la fine della missione dell’Isaf ·

I miliziani del sedicente Stato islamico (Is) si addestrano anche in Afghanistan. Nella provincia di Farah, une delle aree più segnate dalla guerra e dalla violenza talebana, l’Is ha creato diversi campi di addestramento. Questi campi sono gestiti da una ottantina di militanti che dispongono di molte armi e sono impegnati a tempo pieno ad addestrare le nuove leve. 

La notizia — diffusa dal portale Khaama Press — è l’ennesima conferma che la situazione in Afghanistan è disperata, la piaga del terrorismo di matrice islamica tutt’altro che risolta. Un nuova escalation delle violenze potrebbe essere alle porte, a meno di un mese dalla conclusione ufficiale della missione della Nato, l’Isaf (International security assistance force), ovvero l’inizio del disimpegno graduale della coalizione internazionale. Un disimpegno, tuttavia, non motivato — come hanno sottolineato gli analisti — dal successo delle operazioni e della strategia globale, successo invece rivendicato dai discorsi ufficiali. La guerra in Afghanistan, dunque, non è finita. È finito invece l’impegno internazionale per risolvere una crisi che, ora più che mai, appare troppo complessa e radicata, e che chiede una soluzione prima di tutto politica. A fare le spese di un clima di tensione che l’intervento militare non ha saputo stroncare è ora la popolazione afghana, alle prese con una crisi economica spaventosa. L’Afghanistan è infatti il Paese che nel mondo dipende di più dagli aiuti internazionali e con la fine della missione dell’Isaf (e quindi di tutta la filiera di servizi e investimenti che questa comportava) la situazione rischia addirittura di peggiorare. L’unica svolta potrebbe arrivare soltanto dalla nascita di una vera classe dirigente, in grado di ridare al Paese credibilità nazionale e internazionale.

di Luca M. Possati

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29 gennaio 2020

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