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Teheran difende
l’accordo sul nucleare

· ​A pochi giorni dalla decisione di Trump ·

Il presidente iraniano Hassan Rohani (Ap)

Inizia oggi una settimana cruciale per il futuro dell’accordo sul nucleare iraniano. Sabato 12 maggio il presidente statunitense, Donald Trump, deciderà se continuare a far parte dell’intesa o ritirarsi unilateralmente. Ieri il presidente iraniano, Hassan Rohani, ha lanciato un avvertimento: «Se gli Stati Uniti lasceranno l’accordo nucleare se ne pentiranno amaramente. Il loro sarà un rimpianto di portata storica». Rohani ha ribadito la linea che Teheran ha sempre tenuto fin qui: niente revisioni o rinegoziazioni dell’intesa. «Abbiamo piani per far fronte a qualsiasi scelta, come ci difenderemo è affare nostro» ha ribadito Rohani, in un discorso pronunciato in una piazza di provincia del Khorasan e trasmesso in diretta televisiva. La partita è complessa. Pochi giorni fa era stato il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, a lanciare l’allarme: se l’accordo salta, «c’è il rischio concreto di un conflitto», aveva spiegato. Tuttavia, Guterres aveva aperto a una possibile modifica, affermando che «non dovremmo cancellare l’accordo a meno che ci sia una valida alternativa». Durissimo critico dell’intesa fin dai tempi della campagna elettorale, Trump in sostanza propone due modifiche per restare. In primo luogo, la rimozione delle limitazioni temporali e geografiche alle ispezioni di qualsiasi sito nucleare (ma anche militare) iraniano. Il sospetto degli statunitensi, infatti, è che l’Iran stia conducendo clandestinamente attività proibite in altri siti non inclusi nell’accordo. La seconda modifica prevede invece l’introduzione di nuove sanzioni per il programma missilistico iraniano, che verrebbe così equiparato a quello nucleare.

A difendere la posizione di Trump è in primo luogo Israele. Accanto a Israele c’è anche l’Arabia Saudita, che non ha mai fatto mistero di non gradire l’intesa e quindi l’influenza regionale di Teheran. L’Unione europea preme invece affinché gli Stati Uniti restino nell’intesa e che si possa raggiungere una soluzione condivisa.

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19 marzo 2019

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