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Tecnologici, globali e ipernutriti
Ma tutti dipendiamo dalle api

· L’Onu lancia l’allarme per la possibile estinzione di un insetto indispensabile ·

Annoverate dagli antichi nella sfera del divino e simbolo dell’operosità per il poeta greco Esiodo, le api sono sempre state intrecciate alla storia dell’umanità. Eppure, oggi il loro apporto all’ecosistema del pianeta, a dispetto di una storia lunga oltre cento milioni di anni, rischia di essere ridimensionato. Lo denuncia l’Onu che, in occasione della terza giornata mondiale delle api, lancia un appello urgente per frenare il rischio estinzione a cui questi insetti sono esposti a causa delle attività umane aggressive e di repentini cambiamenti climatici.

Senza gli insetti impollinatori come le api, infatti, dalla nostra tavola scomparirebbe oltre un terzo del cibo che consumiamo attualmente: «Una buona parte del cibo di cui ci nutriamo noi uomini deriva da un atto di impollinazione. Non solo la frutta, anche cibi di origine animale come uova, latte, carne, perché gli animali si alimentano anche da piante» spiega Paolo Fontana, entomologo presso la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige e presidente della World Biodiversity Association: «Senza gli impollinatori, la maggior parte delle piante non potrebbe riprodursi e, quindi, crollerebbe la biodiversità vegetale in tutti i continenti» specifica. Negli ultimi 50 anni, l’agricoltura che dipende dall’impollinazione degli animali è cresciuta del 300 per cento. Eppure, oggi la portata di attività umane, spesso invasive, nuoce agli imenotteri, esponendoli a un tasso di estinzione tra 100 e 1000 volte superiore al normale. Il problema assume contorni più vistosi nei paesi in via di sviluppo, in particolare in Africa. Secondo una ricerca dell’Università di Harvard, se in futuro morissero le api di Zambia, Mozambico, Uganda e Bangladesh, più della metà di queste popolazioni non avrebbe di che sfamarsi.

La minaccia principale proverrebbe dai pesticidi contenenti neonicotidi: la tossicità di questo principio attivo è stata confermata, già diversi anni fa dall’Autorità europea sulla sicurezza alimentare, che ha denunciato come il 95 per cento dell’agente chimico si disperda nell’atmosfera. La Germania, in cui oltre 570 specie di api sono a rischio, è stata tra i primi paesi a bandire i neonicotidi un anno fa: «Per le api, i gas di scarico sono meno innocui rispetto ai pesticidi» ha ammesso l’apicoltore Nicolas Géant che, con la sua azienda, aveva installato tre arnie anche sui tetti di Notre Dame. In Francia, negli ultimi dieci anni si sono registrati tassi annuali di mortalità dei principali insetti impollinatori di oltre il 50 per cento. Nel Regno Unito, i ricercatori prevedono che le arnie potrebbero scomparire del tutto nel 2020. Nella provincia cinese di Sichuan, dagli anni Novanta operano tecnici specializzati nell’impollinazione manuale. Anche negli Stati Uniti la situazione non è rosea: oggi si contano circa un milione e mezzo di arnie contro i nove milioni degli anni Venti. Secondo l’Us National Research Council, nel 2035 le api potrebbero essere totalmente estinte negli Usa. Per questo, la Convenzione sulla diversità biologica, un trattato promosso dall’Onu, ha riconosciuto come urgente la necessità di affrontare il declino degli insetti impollinatori con azioni coordinate a livello internazionale. Per Fontana e tanti apidologi ciò, però, non è sufficiente: «Ogni cittadino ha il dovere di poter fare qualcosa per le api, dalla scelta di cibi che richiedano un uso ridotto di pesticidi, alla riduzione degli sprechi. La nostra salute dipende da quello che mangiamo e dall’ambiente in cui viviamo. Le api ci possono aiutare a migliorare la nostra vita. E se esse sono in pericolo, noi lo siamo ancora di più».

di Marco Grieco

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