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Teatro filmato

· ​«Kreuzweg – Le stazioni della fede» del regista tedesco Dietrich Brüggemann ·

All’interno del «Tertio millennio film fest», giunto quest’anno alla sua diciannovesima edizione, è stato presentato il 28 ottobre scorso Kreuzweg – Le stazioni della fede, del regista tedesco Dietrich Brüggemann. Vincitore dell’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura e del premio speciale della giuria ecumenica al festival di Berlino del 2014, il film è uscito nelle sale italiane il 29 ottobre.

La famiglia della quattordicenne Maria (interpretata da Lea Van Acken) appartiene a una confessione cattolica particolarmente rigida. Nonostante la ragazza manifesti continuamente la propria fede, viene rimproverata spesso dalla madre (Franziska Weisz) per comportamenti che secondo lei non si addicono a un cattolico, come ascoltare musica leggera o vedersi fuori da scuola con compagni di sesso opposto. Idee d’altronde condivise da padre Weber (Florian Stetter), che insegna catechismo alla ragazza. Indecisa se seguire o meno queste direttive, Maria nutre nel frattempo il desiderio di sacrificare la propria vita in cambio della guarigione del suo fratellino affetto da autismo.

Brüggemann, autore anche della sceneggiatura assieme a sua sorella Anna, realizza un piccolo Ordet. Nel capolavoro del 1955 di Dreyer, due famiglie appartenenti a confessioni cristiane diverse litigano su questioni di dottrina ma sono d’accordo su un punto: considerare Johannes, il figlio di uno dei due capofamiglia, un povero pazzo, soprattutto dal momento in cui questi profetizza la resurrezione di una parente. Resurrezione che invece avverrà. Dreyer ci parla dunque di un’aberrazione della pratica religiosa in cui, insensatamente, non è più importante cosa si cerca, ma soltanto come lo si cerca.

In Kreuzweg – Le stazioni della fede lo schema narrativo è molto simile: mentre sua madre si preoccupa di chi frequenta e della musica che ascolta — arrivando a condannare senza appello non solo il rock ma anche il gospel — Maria non viene minimamente presa in considerazione quando dichiara di voler sacrificare la propria vita per la guarigione del fratellino. Alla fine però la ragazza diverrà davvero strumento per l’intervento di Dio.

Allo straordinario rigore dreyeriano, fatto di movimenti di macchina da presa morbidi ma avvolgenti, Brüggemann sostituisce un rigore più facile perché studiato a tavolino: quattordici scene composte da un’unica inquadratura fissa. Siamo quindi ai limiti del teatro filmato, arricchito però da una composizione dell’inquadratura che, senza forzare troppo il naturale svolgersi delle azioni, punta all’armonia figurativa dell’arte sacra.

C’è un eccesso di premura didascalica nel nome della protagonista e nella scelta di intitolare ogni scena come una tappa della Via Crucis. Di contro, però, il regista è anche furbo nel camminare sul filo dell’ambiguità. Maria si ammala perché stressata dalle imposizioni esterne? O semplicemente perché il suo desiderio di sacrificarsi si sta realizzando?

Attribuire al personaggio di un prete pensieri e atteggiamenti così oscurantisti, come quelli che dimostra padre Weber, significa probabilmente — come ha notato qualche commentatore — criticare una Chiesa che non esiste più. Ma la dimensione dichiaratamente astratta dei mezzi espressivi su cui il film poggia, suggerisce piuttosto intenti metaforici. Tanto l’atteggiamento del prete e della madre della protagonista quanto il sacrificio di quest’ultima, sono da prendere dunque simbolicamente.

Non si parla della Chiesa di oggi o di ieri, ma del rapporto tra il contenuto più profondo della fede e le forme attraverso cui questa si esprime. Forme che spesso rischiano di assumere una inutile e dannosa autonomia rispetto al contenuto.

di Emilio Ranzato

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14 novembre 2018

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