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Tè e sentimento

· Crisi di un rituale ·

Fervida amante del tè, la scrittrice inglese Jane Austen ne faceva cospicue scorte (come lei stessa riferisce in lettere piene di disarmante candore alla sorella Cassandra). E anche i suoi romanzi tradiscono tale passione. In Pride and Prejudice, Mr. Collins — riconoscendo in questa bevanda un simbolo di prestigio ed elevazione sociale — fa pressione su lady Catherine affinché inviti Elisabeth Bennet per un tè. In Emma, Miss Bates confessa di non prendere mai il caffè, ma il tè è «sempre molto gradito». E in uno dei passaggi chiave di Sense and Sensibility — quando Elinor vede l’anello di Edward con alcune ciocche di capelli — i protagonisti del romanzo sono tutti intorno a una tazza di tè che, in verità, per la concitazione non sarà mai bevuta. Queste pagine di grande letteratura in qualche modo si velano di malinconia e nostalgia una volta messe al cospetto della realtà attuale, segnata da una crisi globale che anche nel Paese delle tradizioni, il Regno Unito, fa vacillare quelle più radicate.

George Orwell in una caricatura di Ralph Steadman

Gli inglesi, infatti, bevono ora molto meno tè, come rivela uno studio di Mintel, uno dei principali siti di ricerche di mercato al mondo: la vendita nel Paese è calata del ventidue per cento e il dato sembra destinato a peggiorare. E pensare che la regina Vittoria, nota per il suo carattere austero, si dice divenisse molto più socievole e cordiale con l’avvicinarsi delle cinque del pomeriggio, quando veniva servito, su preziosi vassoi, il fumante tè. Un rituale immortalato dallo scrittore statunitense Henry James nell’incipit del suo capolavoro Portrait of Lady quando scrive: «Sotto certi aspetti ci sono nella vita poche ore più piacevoli di quelle dedicate alla cerimonia del tè nel pomeriggio». E il 12 gennaio 1946 George Orwell scrisse sull’Evening Standard un appassionato articolo su come si prepara the perfect cup of tea, sciorinando undici regole d’oro, dissertando con magistrale competenza sull’oculato uso di latte e zucchero.

C’è poi chi come la scrittrice Jennifer Donnell vede in questa bevanda il mezzo del riscatto di una vita. Nel romanzo Tea Rose la protagonista, donna forte e determinata, è costretta a lasciare l’Inghilterra e si trasferisce negli Stati Uniti dove riesce a creare delle splendide sale da tè: il successo nel lavoro le permetterà di ritornare a Londra e di riunirsi con l’uomo da sempre amato. E il tè è concepito anche come arma di seduzione. In Great Expectations di Charles Dickens, Pip cerca di conquistare il cuore di Estella — impresa che sembra irrealizzabile — anche attraverso l’offerta di una tazza di tè, fatto da lui stesso mescolando diversi intrugli, dopo che il goffo cameriere del locale dove il protagonista ha condotto la leggiadra fanciulla, aveva portato «una cinquantina di accessori, ma di tè neppure l’ombra». Che invece abbonda nei gialli di Agatha Christie, perché serve a stimolare le «cellule grigie» di Hercule Poirot: in questo modo il celebre detective può contare su un fidato complice nell’impresa di scoprire, tra la ridda di sospetti, l’autore del delitto. E qual è il gesto consueto che Oscar Wilde fa compiere al bellissimo Dorian Gray una volta che questi si è insediato in pianta stabile in società e nel bel mondo? È presto detto, quello di offrire ai suoi amici una tazza di tè. E quando si pensa alla grazia inarrivabile con cui il maggiordomo Jeeves, creatura nata dalla spumeggiante penna di Wodehouse, serve il tè ai diversi ospiti di turno, sembra proprio di respirare aria e aroma dei bei tempi andati. Ovvero quando il primo ministro Winston Churchill — che alla Gran Bretagna dal cuor di leone voleva dare il ruggito — soleva dire che per i soldati di Sua Maestà «il tè è più importante delle munizioni».

di Gabriele Nicolò

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16 dicembre 2019

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