Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​A tavola
con Michelangelo

· Cibi e bevande per i pranzi di fine lavoro organizzati in cantiere per le maestranze ·

Una serie di documenti cinquecenteschi, conservati presso l’Archivio storico della Fabbrica di San Pietro, ci tramanda ghiotte informazioni su brindisi e festosi pranzi di fine lavoro. Sono infatti registrati i costi delle «robbe comprate» dalla Fabbrica per i banchetti offerti ai lavoranti per la «serratura», cioè la chiusura, delle volte che s’inarcano possenti e grandiose sulla tomba di Pietro. A questi Michelangelo sembra essere stato particolarmente affezionato, come raccontano i documenti — messi a frutto nel libro Quando la Fabbrica costruì San Pietro curato da Assunta Di Sante e Simona Turriziani (Foligno, Il Formichiere, 2016) — che ne registrano ben sei.

«Sala dei Cento Giorni» affresco di Giorgio Vasari  con la Basilica di San Pietro in costruzione (Palazzo della Cancelleria, Roma)

Una menzione particolare meritano i due succulenti pranzi in cantiere, che si tennero il 1° e il 2 novembre 1549 quando si completò la volta del braccio settentrionale del transetto (dei Santi Processo e Martiniano). Vi parteciparono non meno di 150 persone e i pasti furono abbondantissimi: una grande abbuffata con diverse portate di carne, il cui consumo tra le classi meno abbienti era all’epoca molto contenuto. Per quella memorabile «allegrezza» vennero serviti 27 chili di «vermicelli», oltre 50 chili di carne di vitella, circa 100 chili di carne di manzo e quasi 30 chili di salsicce. Non mancarono naturalmente pane, formaggio (circa 30 chili di cacio pecorino) e contorni. Ottima fu la scelta del vino — ben 8 barili (circa 460 litri) di corposo «vino corso» — da abbinare alla carne bollita e agli arrosti, che, come allora si usava, dobbiamo immaginare conditi con spezie, zucchero e distillato di rose. Il documento ci tramanda anche l’altisonante nome del cuoco, Andrea Doria.

Sono inoltre computate le spese dei carrettieri per il trasporto dei generi alimentari e delle stoviglie e sono menzionati i nomi dei diversi fornitori. Così per la pasta ci si rivolse a «dama Caterina vermicelara in borgo»; per la carne a «Nano macellaro al paradiso» (un macellaio che aveva la sua bottega in Paradiso, toponimo riferito al quadriportico della basilica vecchia); per il cacio pecorino e per il lardo a «Vincenzo pizicarolo»; per il pane a «mastro Giovanni fornaro tedesco in borgo»; per il vino a «mastro Prospero sensale de rippa» (Ripa Grande); per il noleggio di 150 bicchieri a «mastro Martino bicheraro», mentre 800 piatti di terracotta vennero chiesti a «mastro Filippo vaselaro». Nomi di gente qualunque che le carte d’archivio hanno riscattato dall’oblio, assegnandogli un posto nella grande storia della basilica vaticana; persone semplici come gli anonimi operai di San Pietro, che meritarono l’apprezzamento dei grandi architetti del passato insieme al nostro riconoscente ricordo.

Un altro pranzo fu organizzato dal settantacinquenne Michelangelo all’antivigilia di Natale, il 23 dicembre 1550, quando fu portata a compimento la trabeazione sopra la crociera. Il «Trinchetto hoste» — così chiamato perché evidentemente apprezzava il buon vino — cucinò in quella occasione «la carne del Paradiso» acquistata da «Nanno macelaro»: 34 chili di salsicce, circa 30 di costarelle di maiale («libre 90 de schena di porco») e «quattro fegati di porco». Il tutto innaffiato da due barili (circa 115 litri) di «vino de Campagna [Campania] hauto da messer Domenico dalla porta». Ma il documento del 1550 riporta anche le spese per un regalo evidentemente voluto e pensato dallo stesso Michelangelo per i suoi bravi operai: «Per dozine dua e mezza de besche haute da messer Ambrosio marliano». Berretti invernali, dunque, come invernale fu il pranzetto consumato in quella gioiosa giornata di quasi cinquecento anni fa.

I prelibati e abbondanti pranzi a cui si è accennato si tenevano — nonostante il freddo — in prossimità del luogo dove si era svolto il lavoro, ovvero all’esterno, a quasi 50 metri di altezza. Se chiudiamo gli occhi possiamo immaginare l’allegra compagnia degli operai festeggiare la conclusione di una vicenda costruttiva, che li aveva impegnati per mesi e che aveva richiesto sacrifici e fatiche ai limiti dell’umana sopportazione. Ci sembra quasi di vederli nelle loro pesanti e logore vesti da lavoro, con la pelle arrossata dal sole e screpolata dal forte vento di tramontana, ma con l’espressione soddisfatta di chi è consapevole di aver partecipato a un’impresa grandiosa. Se facciamo un po’ di silenzio in noi, ci sembra quasi di ascoltare le loro voci, sentiamo riecheggiare in basilica i loro nomi e, soprattutto, i loro soprannomi. Li vediamo salire con destrezza su quelle stesse impalcature servite per la costruzione della basilica e li ritroviamo finalmente seduti attorno alle tavole apparecchiate sulla sommità delle ardite e maestose volte di San Pietro da loro realizzate.

E insieme a loro riconosciamo Michelangelo, un grande vecchio, ma con l’ardore e l’entusiasmo di un giovane che dedicava alla costruzione della basilica tutto se stesso. A 87 anni dichiarava infatti in una lettera conservata presso l’archivio della Fabbrica: «Io ci metto il corpo et l’anima p[er] S[an]to Pietro».

di Pietro Zander

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

25 maggio 2019

NOTIZIE CORRELATE