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Una biografia singolare

La metafora alimentare è un canale privilegiato di Dio fin dall’Antico Testamento per illustrare i capovolgimenti del mondo e annunciare all’umanità le sue grandi rivoluzioni. Lo conferma un recente volume di Daniel Bourgeois — teologo e parroco della chiesa Saint-Jean-de-Malte ad Aix-en-Provence — dedicato a un aspetto ancora ben poco esplorato della vita di Gesù, ovvero il suo impatto sulla pratica alimentare dei cristiani.

Leonardo da Vinci, «L’ultima Cena» (1495-1498)

Jésus de Nazareth (Paris, Payot et rivage, Collection «Biographies gourmandes», 2017, pagine 220, euro 16), nuovo titolo di una raccolta che presenta i grandi personaggi della storia nell’intimità della tavola, non è tanto una biografia del Cristo quanto un minuzioso saggio storico sulla sua epoca. Nel corso dell’opera l’autore espone il modo in cui Gesù, attraverso la sua particolare concezione del cibo, ha posto l’uomo di fronte a una libertà nuova, riaffermando come la fonte unica del peccato sia la corruzione del desiderio e mai un oggetto di per sé: «Il verme non è nel frutto ma nel cuore dell’uomo» ricorda Bourgeois.
Se l’alimentazione di Gesù era in generale relativamente frugale, il racconto delle nozze di Cana, così come quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci, è di fondamentale importanza per l’annuncio del Regno, che culmina nell’Ultima Cena.
L’origine di questa “rivoluzione” alimentare cristiana è espressa in molti episodi biblici — fra cui quello della fede del centurione (Matteo 8) — nei quali Gesù presenta il Regno come un banchetto, ben consapevole dell’insaziabilità dell’anima umana. È per rispondere a questa fame profonda, sia fisiologica che spirituale, che il Figlio di Dio si abbandona anche lui a mangiare durante la Cena sotto le specie del pane e del vino. Attraverso l’atto di offrire il proprio corpo e il proprio sangue all’umanità, Gesù lascia intendere che la comunione tra cielo e terra nasce dalla condivisione di un pasto in suo nome. Un’idea — sottolinea Bourgeois — perfettamente illustrata dall’Ultima Cena di Leonardo da Vinci che, al di là della semplice ricostruzione del racconto, ha saputo materializzare il mistero insondabile dei due mondi, terreno e celeste, uniti dal «gesto essenziale di un nuovo modo di esistere».
Questa libertà del tutto nuova dell’uomo non si può però esercitare senza il concorso del suo corollario naturale, e cioè la responsabilità rispetto alla nostra salvezza. Poiché, come c’insegnano le Beatitudini (Matteo 5, 6), occorre aver conosciuto la fame del corpo e dello spirito per avere fame di giustizia, e avvicinarsi così al Regno. Il cibo riveste ancora una volta un carattere profondamente simbolico poiché il legame vitale che ci unisce a lui riflette la precarietà della nostra condizione umana, e il timore di non averlo in futuro sfida costantemente la nostra fede nella provvidenza. In tal senso il digiuno è un’altra componente essenziale della comunione con il Regno dei cieli: la capacità di esaltazione della nostra condizione di mortali è un buon indicatore di salute spirituale.

Sulle orme del filosofo Marcel Gauchet, Bourgeois scrive che «uno dei più grandi danni del disincanto del mondo» è la recente disarticolazione «del legame fondamentale e fondante tra la religione e gli atti più comuni dell’esistenza umana, specialmente l’atto di nutrirsi». Le ingiunzioni dietetiche di una postmodernità ossessionata dall’apparenza fisica vi hanno contribuito. Contro il disincanto delle nostre società — di cui è un sintomo la percezione sempre più prosaica del pasto — questo libro è un invito a riscoprire la forza della commensalità evangelica, «manifestazione visibile dell’invisibile costruzione di una comunità felice per la gratuità della salvezza».

di Solène Tadié

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22 ottobre 2019

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