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Tanti Barabba
un solo Gesù

· ​Riflessioni sulla Via Crucis ·

La quaresima è un tempo molto speciale per rivedere la nostra vita e per curare le ferite. Uno dei momenti più profondi è quando percorriamo il cammino della croce, la via crucis, ma in questa occasione ti invito a far sì che il Golgota sia il tuo stesso cuore. Perciò ti invito a percorrere la Via Crucis della coscienza. 

Caravaggio, «Deposizione»  (1602-1604 Musei Vaticani)

Prima stazione: Gesù è condannato a morte.
Immagina per un istante quattro personaggi: Gesù, Pilato, Barabba e la folla. Gesù è stato condannato dal potere religioso che lo considera blasfemo ed eretico. Ora affronta il potere politico che esercita il diritto più avanzato dell’epoca, che lo trova innocente ma a sua volta lo condanna. Lui tace, Gesù si comporta come un osservatore che attende, come una vittima che soffre di fronte alla sua alternativa: Barabba. Mi domando: quanti Barabba abbiamo di fronte a Gesù? Il sesso, il potere, il denaro, l’indolenza, l’ira…. Gesù tace dinanzi alla folla che grida in coro Barabba, e mi domando: Quante volte abbiamo scelto ad alta voce di condannare Gesù, la Chiesa, la virtù? Gesù tace dinanzi al potere che se ne lava le mai, e mi domando: Quante volte nella nostra piccola sfera di potere — la nostra casa, il nostro lavoro, il nostro quartiere — quante volte in cui abbiamo dovuto esercitare una qualche autorità ce ne siamo lavati le mani? Gesù è condannato perché innocente, e mi domando: quante volte abbiamo partecipato anche alla condanna di un innocente? Per tutte quelle volte ti chiedo perdono.
Seconda stazione: Gesù è caricato della Croce.
Strumento di morte e di tortura. Simbolo d’indegnità. La croce non solo uccide, ma denigra anche. Quante volte ci siamo caricati della nostra croce? Quante volte abbiamo rifiutato, evitato, rinnegato la croce? Quante volte abbiamo posto croci sugli altri? Con i nostri silenzi, i nostri pettegolezzi, i nostri sguardi offesi od offensivi? Quante volte, incapaci di sollevare la nostra croce leggera, abbiamo reso più pesante la croce dei nostri fratelli? È il momento di guardare la tua propria croce, il tuo limite, il tuo dolore, la tua debolezza, la tua paura… Lì è la tua croce, se mai volessi unirti a lui, prendila. Per tutte le volte che sono sfuggito alla croce, ti chiedo perdono.
Terza stazione: Gesù cade per la prima volta.
Credevi che prendere la croce fosse un atto relativamente semplice e dopo pochi passi inciampi. Una pietra, uno scivolone, una storta, un nonnulla. La prima caduta è un graffio all’orgoglio. Credevi di riuscirci? Con la faccia a terra, scopri che la croce è più pesante e tu più debole. Chiunque prende la sua croce, si rende conto per la prima volta di quello che è quando cade. Dobbiamo spogliarci dell’orgoglio, dei pregiudizi, delle idee preconcette, confrontarci con la dura realtà. Questa è la prima caduta. Pe tutte le volte che abbiamo creduto che potevamo farcela con le nostre proprie forze, che potevamo riuscirci da soli, che non avevamo bisogno del tuo aiuto, Signore, ti chiedo perdono.
Quarta stazione: Gesù incontra sua madre.
Lei c’è sempre, ti ha generato e ti ha protetto nel suo seno. Ti ha dato alla luce e ti ha allattato. Ha lasciato tutto per proteggerti. È stata la prima a seguirti. Ti ha cercato nel Tempio. Ti ha fatto manifestare a Cana. Ha meditato ogni parola che è uscita dalla tua bocca. È stata testimone della condanna. Ti ha appena visto cadere, e ora è di fronte a te e ti guarda. Benedette madri capaci di amare i propri figli con una tale devozione. Quante volte abbiamo dimenticato nostra madre. Quante volte abbiamo disprezzato il ruolo della donna nella nostra società, nella nostra Chiesa, nella nostra Famiglia. Gesù ci ricorda quanto è preziosa sua madre. Lì nel cammino verso la sua morte, tra tutti gli sguardi ne sceglie uno, sceglie sua madre. Per tutte le volte che lo abbiamo dimenticato e non siamo ricorsi a nostra Madre, ti chiedo perdono.
Quinta stazione: Simone di Cirene aiuta Gesù a portare la croce.
Quando ho riflettuto su questa stazione ho pensato al nostro Pastore. Era pronto a tornare tranquillamente a casa. Come Pietro quel pomeriggio in cui sistemava le reti. Tutto sembrava finito, la giornata, buona o cattiva, volgeva al termine. Non sapeva che dietro l’angolo lo attendeva Lui perché lo aiutasse a portare la Croce. Ho pensato a Mandela, Gandhi, Kennedy, san Giovanni xxiii e a tanti altri, che hanno aiutato a portare la Croce. Ho pensato anche a tutti quei poveri Cristi che mi circondano e che io non ho mai aiutato a portare la croce. Non occorre compiere un lungo cammino per incontrarli e questo è un buon momento per aiutarli un po’. Per tutte le volte che non ho offerto la spalla per dare un po’ di sollievo agli altri, ti chiedo perdono.
Sesta stazione: la Veronica pulisce il volto di Gesù.
Di nuovo una donna. Là dove la folla vede uno spettacolo umiliante e partecipa allo scherno, questa donna vede un uomo che soffre e gli restituisce la sua dignità: lo pulisce. Tutti lo hanno sporcato, lei lo pulisce. È l’altra faccia dell’adultera che Lui non ha condannato, non ha permesso che fosse lapidata, ora lei non permette che lo oltraggino senza neppure offrigli il sollievo di mani che asciugano il sudore, le lacrime, gli sputi e il sangue. Non può cambiare il suo destino, ma almeno si sforza di prendersi cura di lui. Per tutte le volte in cui a tanti Cristi torturati non siamo stati capaci nemmeno di pulire il volto, ti chiedo perdono.
Settima stazione: Gesù cade per la seconda volta.
Se la prima caduta è stata un inciampo inaspettato, questa è la conseguenza della fatica. Nella prima hai confidato in te, hai calcolato male, non eri preparato, ma in questa mostri la fibra. Qui sei debole. E ciò fa davvero male. Le nostre debolezze non sono piccoli incidenti strutturali. Le nostre debolezze, le nostre fragilità, le nostre ombre, sono parte costitutiva del nostro essere, perciò abbiamo bisogno della Grazia. Con la nostra volontà, ma non solo con la volontà, possiamo migliorare. Per tutte le volte che non siamo ricorsi a Te, ti chiedo perdono.
Ottava stazione: Gesù parla alle donne di Gerusalemme.
È caduto due volte, il legno pesa, il Cireneo se ne è andato, ha visto sua madre e gli hanno pulito il volto, e alzandosi e guardandosi intorno vede le donne che soffrono. I suoi parenti uomini sembrano non stare lì o non essere tra la folla che lo ha condannato e lo ricopre d’insulti; loro, le donne, soffrono per Lui, provano compassione per Lui, vorrebbero alleviare le sue sofferenze. Lui, in mezzo al suo dolore, le consola. Per tutte le volte in cui abbiamo guardato al nostro proprio dolore e non abbiamo visto il dolore dell’altro, ti chiedo perdono.
Nona stazione: Gesù cade per la terza volta.
Non ce la fa più. È giunto al limite. Andare avanti è sempre più difficile. Ha accorciato il passo, ora muove appena un piede davanti all’altro, gli fa male tutto e alla fine cade. Dio, quanto è lungo il cammino e quanto è profondo il dolore. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto di una tortura è infinito. Lo dimostra la terza caduta. Il calice si beve fino all’ultima goccia. Saremo capaci di bere il calice che ci è stato preparato? Penso a tutti i martiri che sono stati torturati e sono rimasti fedeli. Penso alle volte in cui non ho reso testimonianza e ti chiedo perdono. Penso anche a tutti quelli che martirizzo e ti chiedo perdono.
Decima stazione: Gesù è spogliato delle sue vesti.
Nulla. Non ti resta nulla. Ti hanno lasciato nudo. Così come sei venuto al mondo. Così ce ne andiamo. Così muoiono gli uomini. Quante volte abbiamo accumulato tesori che non porteremo mai con noi. Alla fine della nostra vita tutti noi uomini possediamo lo stesso abito: la pelle che riveste le nostre ossa. Questa leggerezza, che per i torturatori era un’umiliazione in più, è l’inizio della liberazione. Per tutte le volte in cui abbiamo coperto la nostra nudità con simboli di potere, per tutte le volte in cui siamo stati accecati dagli abiti e abbiamo dimenticato la natura mortale di ogni potente, per tutte le volte in cui ci siamo allontanati dall’essenziale e abbiamo preferito l’accessorio, per tutto questo ti chiedo perdono.
Undicesima stazione: Gesù è inchiodato sulla croce.
Ora sono una cosa sola. Il crocifisso e la croce sono intimamente legati. Non puoi essere più limitato di così. Non puoi camminare, i tuoi piedi sono inchiodati al legno. Non puoi muovere le braccia, anch’esse sono fissate alla croce. Il tuo corpo oltraggiato, spogliato di ogni dignità, è infine crocifisso. Manca un ultimo gesto, alzare la croce. Una volta drizzata, il reo comincerà ad asfissiare. Circondato d’aria, il crocifisso soffoca, muore asfissiato, in una lunga agonia. Ma tutti gli sguardi che si levano sono volti alla Croce. È la prima volta che tutti possono vederti. Così la croce è il primo altare. Per tutte le volte in cui ci siamo rifiutati di vederti in tutti i nostri fratelli crocifissi alle loro sofferenze, ti chiedo perdono.
Dodicesima stazione: Gesù muore sulla croce.
L’agonia e la morte di Cristo sono un vangelo della libertà e della dignità umana. Quelle tre ore di Cristo agonizzante mostrano quanto possiamo fare fino all’istante stesso della nostra morte. Riconcilia un peccatore compagno di sventura, il nostro primo Santo è un ladro. Chiede aiuto perché ha sete. Perdona quanti lo hanno torturato e lo stanno uccidendo. Si prende cura di sua madre e dà una missione al discepolo. Prega suo Padre. Rimette il suo spirito e spira dopo aver emesso un alto grido. Quel grido di Cristo è la sintesi della dignità umana. Per tutte le volte in cui non abbiamo accompagnato i Cristi che muoiono, ti chiedo perdono.
Tredicesima stazione: Gesù è deposto dalla croce.
Tua madre è lì. Lei che ti ha accolto a Betlemme, ti raccoglie ai piedi del legno. Lei che ha cullato il tuo corpo appena nato, culla il tuo cadavere. Quando hai emesso il primo grido lei c’era, e anche quando hai emesso il tuo ultimo grido. In quattro delle stazioni le donne mostrano il loro valore. Anche qui. Non esiste dolore più grande di perdere un figlio. Per questo Signore, ti prego per tutti coloro che come Maria hanno perso un figlio e ti chiedo perdono per tutte le volte in cui ci siamo dimenticati che dietro a tutti quelli che uccidiamo rimangono dei genitori indifesi senza i propri figli.
Quattordicesima stazione: Gesù è sepolto.
Il cadavere una volta è stato un corpo e perciò merita di essere trattato con rispetto. Questo noi medici lo impariamo presto nel corso di anatomia. Il cadavere è il nostro primo paziente, perciò merita il nostro rispetto. Oggi ci sono due momenti nella cura del cadavere, il primo è donando gli organi, perché altri corpi possono averne bisogno ed è una forma elementare di solidarietà, e il secondo è preparandolo per le esequie. Il rispetto e l’onore che dobbiamo ai morti è uno dei primi e più profondi segni di umanità. È un modo per ringraziare per la vita che ci è stata data. Perciò colui che non aveva un luogo dove poggiare la propria testa, grazie a Giuseppe di Arimatea, ebbe un sepolcro dove poter deporre il suo cadavere. Tutte le volte che ci siamo dimenticati che il mistero della vita e quello della morte sono intrinsecamente uniti, ti chiedo perdono.
Solo percorrendo il cammino della Croce si può godere del mistero della resurrezione. In ogni istante della tua vita hai la possibilità di essere un uomo nuovo. Devi solo desiderarlo e compiere il cammino.
Questa quaresima è un buon momento per provare a farlo.

di Ernesto Gil Deza

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16 dicembre 2019

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