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Svegliare le coscienze

· La testimonianza di Jacques Mourad ·

Nel cuore delle steppe siriane, alle porte di Qaryatayn, il monastero di Mar Elian ha rappresentato per anni un luogo di incontro e di convivenza pacifica tra cristiani e musulmani. Ricostruito dal gesuita italiano Paolo Dall’Oglio alla fine del XX secolo, questo gioiello del cristianesimo dei primi secoli è oggi ridotto in cenere. La guerra civile siriana era già scoppiata da quattro anni quando il 21 maggio 2015, il superiore del monastero, padre Jacques Mourad, venne rapito insieme a un diacono da due terroristi del cosiddetto Stato islamico, il giorno dopo la presa di Palmira. Il monaco cattolico di rito siriaco, che sulle orme di Charles de Foucauld ha fatto la scelta di vivere nel deserto in mezzo ai musulmani — raggiungendo la comunità Al Khalil fondata da padre Dall’Oglio, scomparso nel 2013 — si è a dir poco confrontato con tutta la radicalità che tale vocazione può comportare.

Il periodo di prigionia durerà cinque mesi, durante i quali verrà perseguitato senza tregua, costantemente sollecitato a convertirsi all’islam, minacciato di decapitazione e anche frustato.

Di questi lunghi mesi costellati da torture sia morali che fisiche racconta il libro Un moine en otage. Le combat pour la paix d’un prisonnier des djihadistes, curato dal giornalista Amaury Guillem, che ha a lungo intervistato il monaco originario di Aleppo (Paris, Éditions de l’Emmanuel, 2018, pagine 188, euro 17). Confinato per diversi giorni in una macchina e poi rinchiuso in un bagno scuro insieme al seminarista, senza elettricità né orologio, padre Mourad ha dovuto per la prima volta guardare in faccia la morte, che attraverso la violenza e la crudeltà dei terroristi, si faceva sempre più concreta e minacciosa. Un faccia a faccia questo che, lungi dal minare la sua fede, lo avvicinerà sempre di più al Creatore. Convinto di non essere all’altezza del martirio, egli troverà risorse infinite nella preghiera, in particolare a Nostra Signora di Lourdes — dove andrà in pellegrinaggio dopo la liberazione — e a santa Teresa d’Ávila, facendo risuonare ogni notte il suo famoso atto di affidamento «Nulla ti turbi, nulla ti spaventi»... Così, ai sentimenti iniziali di «paura, rabbia e vergogna» si sostituirà a poco a poco una fiducia invincibile nella provvidenza, che farà di questo viaggio in inferno un “ritiro spirituale” da cui Mourad uscirà trasformato. Col passare dei giorni, infatti, crescerà in lui un autentico senso di pietà per i carcerieri dell’Isis: «Erano liberi di entrare e uscire — racconterà a Guillem — e tuttavia mi sembravano murati in una prigione interiore molto più squallida del mio bagno. La mia piccola finestra non faceva passare tanta luce ma erano proprio loro ad essere nelle tenebre». Riportato a Qaryatayn insieme a un gruppo di parrocchiani ostaggi, riuscirà a scappare in maniera rocambolesca, grazie ad alcuni amici musulmani, spacciandosi per uno di loro. Tuttora il paesino devastato non conta più nessun cristiano.

«Perché lasciamo quest’ideologia diabolica svilupparsi sulle nostre terre? Come mai tanti giovani, dal cuore così buono, si lasciano sedurre da tali discorsi inconciliabili con la volontà di Dio?» si chiede il sacerdote, che diversi mesi prima del rapimento aveva già espresso ai confratelli occidentali una profonda inquietudine circa il futuro dei cristiani in oriente. Se evoca senza giri di parole i disaccordi filosofici che ha potuto avere in passato con padre Dall’Oglio, ritenuto alle volte troppo ingenuo nei suoi rapporti con l’islam, padre Mourad non vuole negare l’estrema complessità della realtà umana, convinto che la violenza islamica si innesta anche «sull’ingiustizia mondializzata». Esprimendo da una parte il proprio timore nei confronti dell’espansione dell’islam politico in Europa, egli biasima anche i numerosi interventi stranieri in Medio Oriente che hanno effetti deleteri sulle popolazioni, creando un terreno fertile al radicalismo religioso. Un radicalismo di cui anche i suoi amici musulmani sono vittime, loro che hanno rischiato la propria vita per metterlo in salvo. Attraverso il racconto della sua vita, della propria vocazione e del proprio impegno a favore del dialogo con i musulmani, padre Mourad oltre a dare testimonianza, intende svegliare le coscienze sopite dei popoli occidentali, prima che sia troppo tardi.

di Solène Tadié

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20 maggio 2019

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