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​Suu Kyi
tra i rohingya

· ​La leader del Myanmar visita il Rakhine ·

Il consigliere di staro e ministro degli esteri del Myanmar, Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, è arrivata oggi nel nord dello stato del Rakhine, per la sua prima visita ufficiale nella zona. Dal 25 agosto scorso, dopo ripetute violenze da parte dei militari governativi — in risposta a un attacco di un gruppo ribelle contro la polizia, che aveva provocato dodici morti tra le forze dell’ordine — oltre 610.000 profughi della minoranza etnica musulmana dei rohingya sono stati costretti ad abbandonare il Rakhine per fuggire nel vicino Bangladesh. Suu Kyi — contestata dalla comunità internazionale per il suo mancato intervento a difesa dei rohingya — ha annunciato che il governo di Naypyidaw «ha in programma un piano di rimpatrio per i profughi», che hanno trovato rifugio nei campi di accoglienza bengalesi, ormai al limite del collasso e dove si teme una catastrofe sanitaria. Dall'inizio della grave crisi, le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite hanno a più riprese chiesto alle autorità del paese del sudest asiatico di permettere l'accesso degli aiuti umanitari nello stato del Rakhine e il ritorno dei rifugiati nelle loro zone d'origine. I rohingya sono, a detta dell’Onu, «la minoranza etnica più perseguitata del mondo e il popolo meno voluto della terra». Il programma della visita di un solo giorno, ha precisato il portavoce del premio Nobel, Zaw Htay, include una sosta nella capitale dello stato, Sittwe, e nelle zone a nord epicentro delle violenze. Dovrebbe anche visitare alcuni dei villaggi dei rohingya messi a ferro e fuoco dai soldati. Durante la campagna elettorale per le legislative del 2015, Aung San Suu Kyi aveva visitato il sud del Rakhine, dove invece non si registrano conflitti o violenze. Com’è noto, la situazione per i rohingya in Myanmar è molto complicata. Pur essendo di fatto cittadini del Myanmar, i musulmani sono privati della nazionalità, non riconosciuti come uno dei 135 gruppi etnici che vivono all’interno del Myanmar e spesso fatti oggetto di una campagna persecutoria, che ha costretto fin dagli anni Novanta centinaia di di migliaia di persone alla fuga. Quelli che sono rimasti sono invece dichiarati “stranieri residenti”, senza diritto a possedere terra e senza diritti civili o legali. 

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