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Sursum corda, don Battista!

· Il carteggio del futuro Paolo VI con la madre Giuditta Alghisi ·

Il quarantennale del collegio universitario femminile Santa Caterina, sorto a Pavia nel 1973 per volontà di Papa Montini, è stato di recente festeggiato con il convegno «Paolo VI, Caterina, le donne». L’obiettivo era di dare conto della speciale attenzione sempre dimostrata da questo Pontefice per la figura femminile: un’attenzione nata in famiglia e poi sempre coltivata con profetica sensibilità.

Collaboratore sin dai primi anni di sacerdozio del mensile «La Madre Cattolica», Montini è chiamato a più riprese dalla direttrice della rivista Angela Bianchini a offrire alle lettrici un orientamento sul suffragio femminile (siamo nel 1921 e si parla per ora di elezioni amministrative). Scrivendo a nome della redazione, il futuro Paolo VI si dice senz’altro d’accordo con questa opportunità — ispirata da evidenti ragioni di giustizia — purché la si prenda sul serio, cioè preparandosi scrupolosamente al voto così da renderlo utile al bene di tutti. Una convinzione maturata senza dubbio sull’esperienza vissuta in casa.

La mamma di Giovanni Battista, Giuditta Alghisi, è donna di buona cultura sia grazie alla famiglia di origine (che le consente di essere educata dalle Marcelline, nel collegio milanese di via Quadronno); sia grazie alla famiglia acquisita, dove fede e cultura si mescolano rafforzandosi reciprocamente e allargandosi alle vicende socio-politiche contemporanee, lette sempre in una prospettiva provvidenziale.

Dalla prima parte del carteggio montiniano (1914-1923), pubblicata nel 2012 dall’Istituto Paolo VI, e dalle lettere degli anni 1928-1929 che ho il privilegio di aver letto come collaboratrice della prossima tranche dell’epistolario, emerge l’importanza per Montini di alcune figure femminili, e quanto esse abbiano contato nella formazione del suo particolare femminismo. Tra tutte, proprio le lettere della e alla mamma si rivelano fondamentali.

È con lei che Giovanni Battista dialoga fittamente, facilitato dall’estrema confidenza che ambedue hanno con il mezzo epistolare, ma soprattutto da una speciale affinità di sentimenti. La mamma scrive al figlio con cadenza regolare (preferibilmente nei pomeriggi festivi, dedicati in particolare ai rapporti familiari e amicali), provvedendo a illustrargli tutte le novità di famiglia — dalla salute, ai viaggi, agli impegni di lavoro o di carità — e non lesinando raccomandazioni riguardo la sua salute delicata. Don Battista non è altrettanto costante nelle risposte; ma non lascia mancare mai per troppo tempo sue notizie e, anche nelle lettere per lo più indirizzate genericamente ai familiari («Carissimi» ne è l’affettuosa e consueta intestazione), si percepisce che la sua interlocutrice diretta è la madre, attraverso cui sono filtrate le informazioni che arrivano a Roma da Brescia, da Verola, dal Dosso, o dai luoghi di vacanza frequentati dalla famiglia. Scrive don Battista l’8 dicembre 1929: «Ricevo puntualmente le vostre lettere e mi fanno sempre piacere. Ve ne ringrazio affettuosamente: esse duplicano la mia vita, facendomi partecipare alle cose di costà, che son sempre care, e, viste con la pietà della Mamma, tutte son buone e confortevoli».

Al di là della cronaca, però, si svelano di tanto in tanto nelle lettere momenti di profonda inquietudine. Il temperamento tormentato di don Battista, davanti alle incertezze della strada che gli si apre man mano davanti, lo fa talvolta scivolare in turbamenti che la fede può sì contenere e spiegare, ma che necessitano tuttavia di parole di conforto umano: meglio, di conforto materno.

Scrive per esempio Montini ai familiari il 9 maggio 1921, in riferimento all’impegno politico del padre e del fratello: «Io sono anche in questa battaglia regolarmente imboscato: che debba essere questo tutta la mia vita?»; gli risponde la mamma il 13 maggio seguente: «E noi… imboscati…, colla nostra corona in mano, col cuore un po’ teso, ma fidente… staremo in vedetta. Oh, carissimo, non crederti ozioso: la tua parte, quella che il Signore ti ha assegnata è santa come una missione e avrà il suo merito, il suo compenso quanto più tu andrai accettandola, svolgendola con animo sereno e generoso. Non tutti debbono compiere lo stesso lavoro e non tutti maneggiare lo stesso strumento: così la Provvidenza ha disposto perché collo svariato e molteplice affaticarsi d’ognuno, si compia l’armonico disegno dell’edificio divino».

E ancora, questa volta da Varsavia il 2 settembre 1923: «Alcune volte vedo che la mia solita mancanza di forze non mi lascia sperare d’aver mai un’occupazione fissa, organica e simultanea con quella d’altri, mi prende desiderio di “ritirarmi a vita privata”; e ci penso nel caso mi richiamassero in Italia. Sono un inetto, un insufficiente, e per di più impaziente; la mia salute mi avverte che, come la tela di Penelope, la mia vita, umanamente, non può avere alcuna continuità; e mi sembra di vivere nella presunzione d’essere anch’io, come gli altri, atto a qualche lavoro e a qualche impegno; così che talvolta si fiacca la molla d’ogni desiderio d’attività. È forse la viltà di chi ha ricevuto un talento solo? Se mai ditemelo sinceramente (…) e m’insegnate poi praticamente quello che di bene io possa e debba fare».

La risposta della mamma è del 9 settembre: «La tua ultima lettera ci lasciava intravedere nell’animo tuo il ritorno di quei momenti grigi che sono causa od effetto di un po’ di malessere, di stanchezza… Noi li conosciamo bene e sappiamo anche come sieno fuggevoli… Così speriamo, avrai presto superato la crisi e la fiducia, la serenità saranno tornate nel tuo cuore, le tue forze avranno ripreso lena e vigore. Il Signore che vuole il sacrificio e ce ne darà il compenso, permette spesso che noi ne sentiamo tutto il peso e l’amarezza. Allora si fa oscuro intorno a noi, la via ci appare difficile e il nostro passo diventa incerto, pesante il nostro lavoro come fosse superiore alle nostre forze, inutile nel suo fine… Come io conosco questi momenti in cui tutto perde il colore della speranza!... Ma allora sai cosa faccio? Cerco di avvicinarmi al Signore, malgrado la mia miseria che mi opprime e… penso a te! A te che lo preghi per me, che ne sei il Ministro, che lo servi sotto il suo ordine diretto e… mi pare d’aver un po’ diritto alla sua pietà… L’ora fosca passa così, presto, e sento per il Signore, per te, una nuova, cordiale riconoscenza. Sursum corda, dunque, tutto!».

La fede profonda di Giuditta Alghisi non si lascia abbattere; la robusta figura materna unisce autorevolezza e amore, energia e compassione: quello che ci vuole per dare ancora più forza a una vocazione inequivocabile e insieme difficile come quella del figlio. Qualità di carattere, amore di madre, ma anche e soprattutto fede, oltre che formazione religiosa e culturale, sono indispensabili per sostenere una conversazione — che è di fatto una conversazione spirituale — a questi livelli. Giuditta dimostra di possedere tali qualità, e con convinzione continua a farle crescere nel corso della sua vita. È ancora l’epistolario a dimostrarlo (nei riferimenti a letture, alla partecipazione alla vita sociale e politica, a frequentazioni formative), insieme alle testimonianze biografiche che ne rimangono.

Si ritrovano dunque in lei tutte le caratteristiche della donna che Montini vedeva pronta al voto e in grado, anche attraverso questo strumento, di giovare alla società. Ed è probabilmente pensando a questa ideale figura femminile — che non rinuncia a essere sposa e madre ma, grazie alle qualità acquisite con lo studio e la riflessione, riesce ad agire per il bene di tutti — che Paolo VI volle un collegio dove le giovani donne, applicandosi agli studi senza trascurare le esigenze dello spirito, potessero sviluppare i loro talenti non per carrierismo o per quella che oggi diremmo una rivendicazione di genere, ma in virtù di una carità intellettuale capace di esprimere il meglio del genio femminile e di spenderlo per gli altri. Con il lavoro che facciamo al Santa Caterina, interpretando il mutare dei tempi ma senza farci condizionare dalle mode, ci impegniamo a non deluderne le attese.

Maria Pia Sacchi Musini
Rettrice del collegio universitario Santa Caterina da Siena (Pavia)

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11 dicembre 2019

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