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Supplemento d'anima

· ​La visita del Papa a Lesbo nella stampa internazionale ·

«Ci vuole un supplemento di anima per affrontare questo momento storico: ciò che si farà segnerà la storia dell’Europa»: è quanto evidenzia — in un’intervista a Gian Guido Vecchi, sul «Corriere della Sera» di sabato 16 — l’arcivescovo Angelo Becciu, sostituto della segreteria di Stato, nel sottolineare il significato della visita del Papa a Lesbo. Il presule, nel rimarcare il desiderio di Francesco di aiutare i rifugiati, le immagini dei quali «lo hanno colpito», ricorda che un giorno, a metà marzo, ha detto di volere ripetere il gesto fatto a Lampedusa. E ha quindi chiesto che venisse organizzato il viaggio. 

L’arcivescovo Becciu sottolinea che le immagini di questi giorni mostrano come «nasca la rabbia, il rancore in queste persone umiliate, nella sofferenza per calcoli di potere e di guerra». Ed esprime l’auspicio che l’Europa torni ai principi che animarono i suoi fondatori, Adenauer, Schumann, De Gasperi. «Tutti i popoli del mondo guardano al continente che nella storia è stato fonte di giustizia» evidenzia. Ricordando poi che il sogno dell’Unione europea è nato dalle macerie della seconda guerra mondiale e che allora si superò «un momento terribile», il presule si chiede se è possibile che oggi non si riesca ad avere un disegno all’altezza dei fondatori. Il fatto poi che a Lesbo pregano insieme cattolici e ortodossi rappresenta un richiamo all’Europa, perché non dimentichi le sue radici. Al riguardo l’arcivescovo evidenzia quanto sia bello vedere come la gente «le sappia vivere queste radici». E hanno superato «quei politici un po’ miopi che non volevano riconoscerle nella costituzione». Nel ricordare poi che si è parlato di dare il Nobel per la pace a Lesbo e a Lampedusa, il sostituto della segreteria di Stato dichiara: «lo meritano».
Di fronte all’incapacità di trovare soluzioni alla crisi dei migranti in Europa, la visita del Papa a Lesbo rappresenta non solo un segno di grande vicinanza alle persone sofferenti ma anche una sfida per tutti coloro che sono chiamati a pendere decisioni e che, finora, non l’hanno fatto. È questo il filo conduttore che lega la copertura riservata dai quotidiani internazionali alla visita di Francesco.
«The New York Times» di sabato 16 aprile sottolinea come la presenza del Papa a Lesbo rappresenti un memento per tutte le autorità politiche del vecchio continente, finora incapaci di trovare adeguata soluzione all’emergenza. Nell’articolo di Jim Yardley viene citato il portavoce dell’Organizzazione internazionale per i migranti, Leonard Doyle, il quale mette in rilievo come l’Europa, di fronte al dramma dei rifugiati, abbia grande bisogno di una vera autorità morale. Di conseguenza si guarda alla visita di Francesco con grande speranza. Il quotidiano newyorkese ricorda che sin dall’inizio del suo pontificato, Francesco ha focalizzato la sua attenzione sui migranti. Non a caso il suo primo viaggio è stato nell’isola di Lampedusa per richiamare l’attenzione della comunità internazionale sul dramma di quelle persone che dalle coste libiche cercano di raggiungere l’Italia.
Dal canto suo «The Washington Post» evidenzia come la visita del Papa costituisca per l’Europa intera, che annaspa nel cercare una via d’uscita alla crisi dei migranti, una «sfida morale». E mentre le autorità europee sono tentate di chiudere le porte ai flussi migratori, Francesco, sottolinea l’articolo di Griff Witte e Anthony Faiola, è sempre più determinato a lasciarle aperte. Si esprime allora l’auspicio che le parole del Papa a Lesbo convincano le autorità europee a riconsiderare le loro politiche migratorie, nel rispetto della dignità di ogni persona.
Su «Le Monde» del 16 aprile Adéa Guillot, in un reportage, scrive che quella del Papa è una visita «in forma di simbolo». Una scelta forte che ha come obiettivo di attirare l’attenzione del mondo sulla straziante situazione dei rifugiati in Grecia. Francesco a Lesbo intende esprimere la sua solidarietà con i migranti e con il popolo greco. La presenza in terra ortodossa del capo della Chiesa cattolica, scrive Guillot, è un momento molto atteso nell’isola, dove la situazione resta tesa dopo l’accordo tra Ue e Turchia.
Secondo questa intesa i profughi arrivati illegalmente in Grecia dopo il 20 marzo devono essere rimandati in Turchia. Il 4 aprile Atene si è impegnata a rispettare i suoi impegni applicando la procedura. Quel giorno 202 persone sono state mandate al porto turco di Dikili, 136 di loro provenivano da Lesbo. Ma dall’8 aprile non è salpata nessuna nave perché i circa settemila migranti arrivati dal 20 marzo hanno deciso di presentare le domande d’asilo sperando di evitare l’espulsione, o almeno di ritardarla. Oggi a Lesbo oltre quattromila persone sono distribuite nei campi di Moria e Kara Tepe. Nessuno lascia più l’isola per il continente. La capacità totale di accoglienza dell’isola di Lesbo è di 3500 persone. Per adesso i nuovi arrivati dalle coste turche sono pochi, ma le tensioni legate al sovraffollamento dei campi e all’angoscia delle persone di essere espulse sono sempre sempre più acute. I conflitti etnici tra miranti si moltiplicano, sottolinea Guillot. E questi luoghi chiusi dal filo spinato, pensati come posti di transito, «non sono attrezzati dal punto di vista sanitario, numero di letti, possibilità di asilo, per ospitare i rifugiati per settimane»

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