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Il sorprendente paradosso

· Nata proclamando l’uguaglianza, la Chiesa ancora fatica a dar spazio alle donne ·

Una riflessione e un confronto sul ruolo delle donne nella Chiesa e nella società, voluta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede in risposta all’invito del Santo Padre, che più volte ha esortato ad individuare nuove modalità e nuovi criteri per il coinvolgimento delle donne, ha portato risultati interessanti non solo per l’alto livello di approfondimento e di ricerca che rivelano le relatrici, ma anche per la diversità degli approcci e delle proposte, che ha fatto capire come il mondo culturale femminile cattolico sia vivace e complesso. 

«Una donna»  (2016)

Possiamo affermare quindi che è stato un momento di confronto aperto e di riflessione poliedrica. Usiamo volutamente questo aggettivo, poliedrica, per il suo riferimento al poliedro, immagine usata più volte dal Santo Padre perché capace di dire l’unità altra che caratterizza la Chiesa, l’unità nella differenza. Crediamo che il poliedro potrebbe a buon diritto rappresentare la cifra anche di quei giorni: molteplicità di contenuti, di approcci, di istanze, di interventi, saldati però nell’unica passione per Dio, per l’umanità e per la Chiesa. E nella speranza di vedere riconosciuto alle donne un ruolo più consono alle loro capacità e al loro impegno in ogni settore.
Certo, sono emersi anche dei limiti, come ad esempio l’assenza della voce di quelle donne che segnano profondamente, nel silenzio, il vissuto della Chiesa come le claustrali o la necessità di una presenza più varia in rappresentanza del contesto mondiale del cristianesimo: la differenza, ad esempio, tra le condizioni gestionali della Chiesa in Australia e quelle della Cina, esposta costantemente alla lotta, esigono di utilizzare linguaggi ed attenzioni diverse, anche quando si parla delle donne e del loro ruolo. E l’assenza fra le relatrici di teologhe africane ha impedito che fossimo messi al corrente della teologia che stanno sviluppando e delle loro numerose attività sociali.
Alla luce di queste premesse, le conclusioni che proponiamo non vogliono essere una sintesi dei temi emersi, sintesi difficile per la complessità e profondità delle relazioni e di tutti gli interventi che hanno sicuramente arricchito i lavori del simposio, ma piuttosto la valorizzazione di alcune tra le prospettive condivise che sono emerse, e di alcuni dei punti di discussione più sensibili, che possono aprire ulteriori piste di lavoro. Il filo rosso dei nostri giorni può essere sintetizzato in due idee chiave: vocazione e ruolo.
Anzitutto, è emersa l’esigenza di definire con chiarezza sempre maggiore il fondamento teologico. La domanda sul ruolo delle donne, in altri termini, non può assolutamente limitarsi alla considerazione su cosa la donna può fare o non può fare, ma ha bisogno di una seria fondazione teologica, che non è tanto sviluppare una teologia femminile, ma una teologia e basta, cioè riflessione sull’agire di Dio per la salvezza. Nell’ambito di tale fondazione teologica, sicuramente il simposio ha messo in evidenza due attenzioni prioritarie.
La prima è l’imprescindibile riferimento ad un’antropologia teologica che prenda avvio dal dato biblico di Genesi 1-2, e quindi dalla teologia della creazione ad immagine. Non c’è stata univocità nell’interpretazione di questi testi nel nostro dibattito, ma alcune sottolineature sono emerse con chiarezza, come ad esempio il dato secondo cui il riferimento a Genesi 1-2 impone di passare da una teologia della donna a una teologia della relazione uomo-donna. In Genesi 1-2 si fa chiaro che l’essere umano rivela pienamente il suo senso quando diventa uomo/donna, quando si apre all’alterità: uomo e donna, uguali e differenti, ambedue bisognosi dell’altro, cioè non completi in sé stessi. «Nel Signore, né l’uomo senza la donna né la donna senza l’uomo» (1 Corinzi 10, 11).
La relazionalità si coniuga necessariamente con la differenza. Intorno al termine differenza si è concentrata gran parte del nostro lavoro. L’idea di differenza è stata declinata con molteplici sottolineature, ma ciò che è emerso con chiarezza è la necessità di liberare questo concetto dal significato metacomunicativo di subordinazione e sottomissione. Ciò che è differente non è necessariamente subordinato, differenza non significa diseguaglianza.
Non è facile realizzare questa proposta, soprattutto in un momento storico in cui nel mondo laico si tende a risolvere il problema eliminando la differenza. Ma dei passi in avanti possono avvenire solo se l’istituzione ecclesiastica mantiene le sue promesse di valorizzazione della differenza femminile, cosa che ancora non è avvenuta. Questo nonostante le premesse in tal senso contenute sia nella Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II che nella Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo. È evidente che il nodo differenza/eguaglianza rimane al centro di ogni discussione, sia teorica che di proposta pratica di apertura all’ascolto delle donne nella vita della Chiesa. Ed è proprio nell’affrontare questo nodo che si sono rivelati diversi approcci come ad esempio tra chi fonda la sua proposta sui ricchi testi di san Giovanni Paolo II e coloro che stanno cercando altre interessanti strade, sia nella riflessione teorica che nei progetti di intervento. In questo ultimo senso sono andate alcune riflessioni sulla figura di Maria e il racconto di esperienze di direzione spirituale e di predicazione da parte di donne, ma anche l’approfondimento di immagini teologiche come la femminilità attribuita alla Chiesa.
Valorizzare la differenza è possibile solo in una prospettiva radicalmente trinitaria, che non confonde unità con uniformità. Solo nella comunione trinitaria, infatti, alla perfezione dell’uguaglianza corrisponde la perfetta distinzione tra le persone divine.
È stato giustamente osservato che questo riferimento trinitario non serve tanto a trovare in Dio l’archetipo sessuale, quanto piuttosto a far emergere il fondamento della relazione uomo-donna insito nel dinamismo di uguaglianza e distinzione. Originaria distinzione tra i sessi, quindi, contro l’eventuale strumentalizzazione delle teorie del gender. Ma anche necessità di una visione nuova, molto più intensa, rispettosa e feconda della relazione uomo-donna: non la stessa natura con funzioni diverse, bensì la stessa natura, la stessa dignità, e anche la stessa funzione, ma realizzata con diverse modalità e soprattutto la possibilità di scambiarsi molti ruoli nelle diverse fasi della vita.
La categoria della relazionalità esige inoltre una visione ecclesiologica adeguata, che custodisca la dimensione misterica, sacramentale della Chiesa che è in sé soggetto capace di un’attiva recettività, come i titoli di sposa e madre riescono a evocare.
All’interno di questa sottolineatura del fondamento teologico merita una segnalazione a parte il discorso relativo all’esegesi e allo studio della Scrittura, campo di ricerca nel quale, negli ultimi decenni, le donne hanno realizzato una vera e propria “rivoluzione” nella cultura. Non solo per il contributo peculiare che in esso hanno dato le donne, facendo emergere nuove interpretazioni che coinvolgono tutti i credenti, ma anche perché hanno rivelato con chiarezza la presenza strutturale delle donne fra i discepoli e nelle prime comunità.
La storia della Chiesa, opportunamente arricchita dalla storia sociale, ha poi fatto emergere una presenza costante di donne che hanno svolto ruoli importanti, contribuendo a costruire la tradizione cristiana — come ha riconosciuto Paolo vi proclamando le prime donne dottore della Chiesa — sia arricchendone la spiritualità che inventando nuovi simboli o pratiche devozionali, con una presenza specifica ricca e forte. L’esigenza di riconoscimento della presenza femminile non è un movimento di pensiero esterno alla tradizione cristiana, imposto dalla modernità, ma una sua componente originaria fondamentale, che oggi viene finalmente riconosciuta. È evidente che questi studi possono costituire una base importante per l’insegnamento e l’impegno delle donne nella formazione, contribuendo a dare loro un forte senso di identità ecclesiale.
La seconda attenzione emersa, sempre a livello teologico, è quella di continuare a riflettere sul significato del sacerdozio battesimale e dei tria munera del battezzato e sul sacramento del matrimonio. Questa priorità va considerata come una affermazione della dignità e della peculiarità della vocazione del battezzato, chiamato all’edificazione della Chiesa attraverso il suo inserimento nella società e nel mondo. È evidente quindi che questa strada impone una complessiva revisione del posto dei laici nella vita della Chiesa per promuovere davvero le possibilità di intervento e collaborazione conseguenti col loro Battesimo.
A questo proposito, è risultata particolarmente feconda la riflessione sul diritto canonico, e sulla possibilità dei laici di assumere ruoli decisionali nella vita della Chiesa.
Da queste riflessioni scaturiscono alcune proposte. Anzitutto, quella di considerare seriamente che la Chiesa si rivolge al mondo intero e che pertanto il ruolo della donna non si esaurisce nelle istituzioni curiali. Abbiamo potuto ascoltare direttamente l’esperienza di donne alla guida di movimenti ecclesiali, con ruoli di responsabilità negli organismi diocesani, nelle conferenze episcopali, nell’evangelizzazione, nella docenza universitaria, nella missione, nella vita di famiglia e nella carità, con tutto ciò che l’impegno in questo ambito significa. È indubbio, ed è davvero una buona novella, che le donne nella Chiesa fanno davvero molto in molti campi, e spesso in prima linea, spesso da sole, il più delle volte invisibili!
Tuttavia questo argomento non può essere usato come motivo per giustificare il mancato inserimento delle donne in compiti di responsabilità, perché l’operatività della donna nel mondo deve comunque trovare ascolto, riconoscimento a livello teologico e canonistico e supporto decisionale lì dove si progetta, si decide, si discerne. La domanda di partecipazione non è necessariamente rivendicazione, essa è anche segno di responsabilità e di un profondo senso di appartenenza, di amore alla Chiesa e di spirito di servizio. Sarebbe perciò auspicabile che aumentasse la presenza delle donne nei dicasteri e soprattutto dove oggi non c’è, cioè in ruoli decisionali.
Sarebbe indispensabile per la vita della Chiesa che tutte queste donne, impegnate a vari livelli e in vari luoghi del mondo potessero essere ascoltate ai livelli apicali dell’istituzione, e potessero contribuire con la loro saggezza e la loro esperienza nei momenti in cui si prendono decisioni per il futuro. Della Chiesa fanno parte anche le donne che vi lavorano con passione e competenza, purtroppo non ancora riconosciuta.
Abbiamo usato volutamente questi tre verbi, decidere, progettare e discernere, per evitare un riferimento prioritario alla responsabilità decisionale e al governo inteso come forma di potere. Ci sembra infatti che sia emersa come urgenza la necessità di recuperare la categoria del servizio non solo per le donne, ma per ogni funzione nella Chiesa, compresa quella del sacerdozio ordinato, come ripetutamente affermato dal Santo Padre.
Il riferimento alla categoria del servizio e della gratuità chiama in causa un’operazione culturale precisa.
La puntuale ricostruzione storica del rapporto donne Chiesa ci ha messo dinanzi a un sorprendente paradosso: la Chiesa, che da una parte ha sempre custodito l’affermazione della radicale uguaglianza e della stessa dignità tra uomo e donna, mediante il battesimo e con l’indissolubilità del matrimonio, in virtù della quale la donna ha valore in sé, a prescindere dalla sua fertilità, questa Chiesa ha però fatto fatica, e in certa misura continua a farla, nell’assicurare alla donna ruoli decisionali al suo interno e una effettiva uguaglianza di opportunità. È il caso, ad esempio, dello studio e dell’insegnamento della teologia, che per lungo tempo non è stato possibile alle donne e che appare, invece, come uno dei luoghi fondamentali di passaggio anche culturale, anzi, come opportunità importante soprattutto per un itinerario di formazione serena e integrata dei seminaristi.
Entrando più nello specifico di questa partecipazione, cioè considerando direttamente la possibilità per la donna di ricoprire ruoli di responsabilità decisionale o di governo, varie sono le sottolineature emerse.
Anzitutto, l’opportunità che a determinare tale partecipazione siano criteri adeguati, cioè non il genere, o la percentuale di quote rosa, ma l’amore alla Chiesa, lo spirito di servizio, la lealtà, correttezza, discrezione e, non ultime, la competenza e la preparazione. Come non condividere queste esigenze? Come però non ritenerle necessarie anche per gli uomini?
In secondo luogo, non si può ignorare che quando si prendono decisioni importanti che riguardano la vita della Chiesa, le donne dovrebbero avere uno spazio adeguato di consultazione e di ascolto. Perché non tener conto ad esempio della lunga e radicata esperienza sinodale delle donne consacrate? Della loro capacità di una gestione trasparente e solidale dei beni? Quali possono essere i segnali istituzionali di valorizzazione del contributo delle donne con ruoli decisionali? Abbiamo visto che già esistono associazioni di religiose — come l’Unione Internazionale delle Superiore Generali (Uisg), che raggruppa le superiore generali di tutto il mondo — che fin da ora potrebbero essere coinvolte nel governo della Chiesa universale.
Queste domande sono state apertamente considerate in questi giorni, e la riflessione franca sulla potestas iurisdictionis, ha rivelato, aprendo sicuramente una feconda pista di ulteriore ricerca, che una via si può trovare nella modifica di alcune norme del diritto canonico.
La questione rimane aperta. La riflessione ha segnato interessanti piste che si possono percorrere. Il dialogo si è aperto all’interno della Congregazione per la Dottrina della Fede, con l’attento ascolto di tutte le voci che hanno partecipato con la loro passione per Dio e per gli esseri umani. Il nostro auspicio è che questo dialogo possa continuare e arrivare a risultati concreti, per un migliore servizio della Chiesa.

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20 gennaio 2019

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