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Supera la distanza

· L’ospedale raccontato da Elena Loewenthal ·

Nel suo ultimo libro, La vita è una prova d’orchestra (Torino, Einaudi, 2011, pagine 240, euro 19,50), Elena Loewenthal racconta quello che forse è uno degli ambienti più difficili da descrivere, perché c’è sempre il rischio di banalizzare, di scivolare nel pietismo e nel sensazionale alla ricerca di una facile emotività. Invece, nel presentarci gli incontri fatti nel suo anno di volontariato a contatto con i malati, e le loro famiglie, con i volontari, i medici, gli infermieri e tutto quel variegato mondo che è e fa un nosocomio, a lei l’impresa riesce.

Se già colpisce la scelta di soffermarsi su ciò che oggi per lo più non vogliamo vedere, che abbiamo tentato in ogni modo di rimuovere, nel tentativo di fingere che non esista, quello che veramente rende il libro interessante è il modo in cui questo racconto si dipana. Attraverso i volti, le parole, le storie, il dolore, la speranza e qualche vicenda a lieto fine, il mondo della malattia presenta se stesso colmando il fossato che lo divide da quello dei sani.

Nulla viene edulcorato nel racconto. C’è il medico che rischia di distruggerti con un lapidario «fossi in voi, non mi augurerei che vostra figlia si svegli. (…) Perché se si sveglia, dovrete far conto di avere una pianta ornamentale in casa». E c’è, per tutta risposta, una madre che semplicemente sa che non è così («un vegetale come fa a tirare calci, alzare il pollice per rispondere, voltare di scatto la testa, roteare gli occhi a velocità improbabile, fare un energico cenno di no anche se vuol dire tutt’altro che no, metterci mezz’ora a indicare una faccia su una fotografia e poi sorridere, detestare il programma L’eredità? Sono tutte cose che un vegetale non può fare (…). E anche la rabbia, la disperazione, la fatica, la nostalgia, la memoria e la stanchezza, anche queste non sono cose da vegetale e invece riempiono quella specie di presente continuo che esiste da una mattina d’autunno in poi, a un incrocio sulla provinciale»).

Certo, tutto diventa diverso nella malattia: le pagine di Elena Loewenthal lo illustrano senza ipocrisia. Tutto è nuovo, e molto, moltissimo, va reinventato. Innanzitutto il tempo, quel tempo che è ora infinito, ora istantaneo. Tempo da aspettare e tempo da guardare, tempo da accettare, centellinare e annusare. C’è il tempo da cancellare, e c’è il tempo tranello («dializzati, si dice proprio così, con un participio passato anche se di presente si tratta, anzi di tanto tempo che se ne va via così, ad aspettare che una macchina ti abbia fatto le pulizie nel sangue»). Quindi sono diversi gli odori. O forse, è che su tutti domina l’odore dell’ospedale. Chiunque v’è transitato — anche solo di sfuggita, anche solo per sbaglio — sa che esiste. È l’odore della malattia. Eppure, di corridoio in corridoio, scopri che forse è qualcosa di più: è, soprattutto, l’odore della nostalgia, è l’odore che sprigiona il contrasto tra la vita di prima e la vita di ora.

Sono ritratti forti e delicati, di una complessa e disarmante semplicità. C’è, ad esempio, l’uomo che si scopre malato, sapendo ormai di essere «da quella parte del mondo». La parte in cui realizzi che non è vero che le persone si dividono tra belli e brutti, tra alti e bassi, tra grassi e magri, tra poveri e ricchi, e nemmeno, forse, tra giovani e vecchi. No. Il vero fossato è tra sani e malati.

Dando voce a chi ha incontrato, l’autrice dà voce ai grandi temi con cui siamo quotidianamente chiamati a confrontarci. È il caso del corpo immobile che, però, non è il corpo morto, ma «è un corpo come tutti gli altri, se non fosse che sta fermo». Sembrano quasi marionette, appoggiate in terra dopo lo spettacolo: è sufficiente un invisibile filo tra le mani di un’infermiera per restituire loro il movimento. Perché nella malattia ti accorgi anche che quel filo a volte lo possono muovere gli altri solo per aiutarti. Come ha scritto qualche giorno fa sulle pagine di questo giornale Oddone Camerana, lo sforzo dovrebbe essere quello di «porre termine alla sofferenza senza terminare la vita». È, ci pare, la cornice perfetta delle voci raccontate da Elena Loewenthal.

Tra le altre cose, la malattia insegna «che tutto è una scommessa». Che «non si può mai dire, perché ognuno è fatto a suo modo, nessun paziente è uguale all’altro — così le ha detto l’infermiera capo, una persona meravigliosa dietro quei modi spicci. Che con il malato bisogna usare amore e gentilezza, ma non sempre, perché a volte ci vuole una bella scrollata».

La prova d’orchestra non trascura nemmeno l’altro lato della barricata. E in pagine densissime dà voce ai medici, a quella voce che deve dire l’indicibile dosando le parole, dovendo essere chiara senza essere inclemente, ricordando sempre che «quello che dici non vola via nel vento, ma resta lì, dentro quei corpi. Viene assorbito dalla pelle, più che ascoltato». Colpisce in particolare il capitolo in cui il famoso primario va alla ricerca delle tracce di una ricoverata che in oltre dieci giorni nessuno è venuto a cercare. «Un nome e un cognome sono due parole, e non si può avere solo quelle al mondo. Un nome e un cognome hanno sempre dietro una storia, una vita. È la prima volta che mi capita, questo bisogno assurdo di sapere chi è un paziente, di non rassegnarmi all’ignoranza, al confronto con degli sconosciuti».

La vita è una prova d’orchestra è uno di quei libri che finisci, chiudi e vorresti essere solo, in silenzio per ripensare a ciò che hai letto. Per permettere alle parole, ai volti, ai gesti, agli sguardi di non scivolarti semplicemente addosso dopo l’emozione, ma di penetrarti dentro goccia a goccia.

Perché capisci che quella gabbia dentro cui abbiamo rinchiuso la malattia, la sofferenza e il dolore, è una gabbia che fa male e impoverisce non solo il malato, ma anche chi — sano — resta fuori.

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