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Anche le suore emigrano

· In uno studio presentato alla Uisg ·

Anche le suore emigrano, si spostano, cambiano paese una o più volte nella loro vita. E se ciò è normale per chi fa una scelta apostolica e missionaria, oggi questa migrazione religiosa presenta un volto ricco di sfumature e differenze che va inserito in una complessità generale molto più articolata rispetto al passato. Non si tratta solo di un semplice fenomeno di missione al contrario giacché in passato le suore si muovevano dall’Europa e dall’America del Nord verso gli altri continenti: oggi, infatti, esiste un flusso ben più articolato che ci offre una diversa geopolitica della vita religiosa a livello mondiale. Questa novità pone molte domande: siamo veramente pronte per vivere come dono la diversità culturale? Sentiamo di poter accettare la sfida dell’interculturalità che è presente nella società e nella Chiesa? Cogliamo la novità evangelica di cui l’interculturalità si fa voce come vino nuovo?

Il problema è di grande attualità: come si legge nel recente documento Per vino nuovo in otri nuovi della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, «richiede un’urgente e mirata attenzione la recente, affrettata internazionalizzazione, in particolare degli istituti femminili, con soluzioni spesso improvvisate e senza una prudente gradualità. Bisogna prendere atto che la dilatazione geografica non è stata accompagnata da un’adeguata revisione di stili e strutture, schemi mentali e conoscenza culturali che permettano una reale incultuazione e integrazione. I processi di internazionalizzazione dovrebbero impegnare tutti gli Istituti a diventare laboratorio di ospitalità solidale dove sensibilità e culture diverse possono acquisire forza e significati non conosciuti altrove e quindi altamente profetici».

Questi temi sono stati affrontati il 4 maggio scorso nel corso di un incontro svoltosi a Roma nella sede della Uisg (Unione internazionale delle superiori generali) per presentare lo studio Suore internazionali negli Stati Uniti. All’evento — che ha fatto seguito a quello tenutosi a Washington nel marzo scorso — hanno partecipato più di settanta persone tra cui religiose e religiosi rappresentanti di istituti femminili e maschili, dicasteri vaticani, conferenze dei religiosi europee, centri di studio e di ricerca. Molti dei partecipanti, che vivono in paesi diversi da quelli di origine, erano a loro volta religiosi e religiose “internazionali”, una ricchezza preziosa emersa durante gli scambi e i confronti nei gruppi di lavoro.

di Patrizia Morgante

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27 maggio 2019

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