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Sulle strade
della fratellanza

· La lezione di un pellegrinaggio in Terra Santa ·

«Come le religioni possono essere vie di fratellanza anziché muri di separazione? Queste e altre questioni [...] domandano un impegno generoso di ascolto, di studio e di confronto [...], si tratta di avviare processi [...]. Ciò significa anche ascoltare la storia e il vissuto dei popoli che si affacciano sullo spazio mediterraneo per poterne decifrare le vicende che collegano il passato all’oggi e per poterne cogliere le ferite insieme con le potenzialità. [...] Il Mediterraneo è proprio il mare del meticciato».

Così Papa Francesco al convegno «La teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo» tenutosi a Napoli il 21 giugno nella Sezione San Luigi della Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale. È in questa linea che si colloca il corso itinerante che ha visto impegnati docenti e studenti della specializzazione in teologia fondamentale unitamente ad alcuni studenti della Scuola di arte e teologia attiva nella stessa Sezione. Un viaggio nella Città santa che è al cuore del Mediterraneo e del sogno di Dio per apprendere dalla realtà viva di questa città unica al mondo che cosa vuol dire vivere insieme essendo di tradizioni religiose differenti.

Al termine di questo percorso in cui ci siamo mescolati alla gente, tra le strade, negli autobus, nei luoghi santi delle tre grandi religioni monoteistiche e siamo stati accolti nelle case delle famiglie, nelle parrocchie e nelle università, abbiamo provato a chiederci che cosa abbiamo visto, che cosa abbiamo ascoltato e che cosa abbiamo imparato.

Abbiamo visto una terra in cui la presenza delle religioni si impone e il fatto religioso, la ricerca dell’uomo, la presenza di Dio e la realtà viva della relazione a Dio si presentano come qualcosa di estremamente concreto e da cui è impossibile prescindere. Una realtà plurale e differenziata. Abbiamo visto la diversità degli abiti, degli stili di vita, degli atteggiamenti e dei gesti della vita quotidiana orientati e generati dalla fede. Abbiamo visto i colori e percepito i profumi, le architetture, abbiamo colto la diversità e insieme la continuità e l’armonia nel passaggio da un quartiere all’altro, come se i luoghi resistessero da sé a ogni tentativo di delimitazione e di separazione. Abbiamo visto le grandi masse religiose, quelle dei pellegrini che vengono qui da tutto il mondo per il viaggio della vita e quelle dei turisti spinti dalla curiosità e alla ricerca di emozioni da consumare, ma anch’essi, forse, con un desiderio non sopito nel cuore. Abbiamo visto le forme della preghiera e della devozione, chiaramente connotate dalle culture ma tutte esprimenti un desiderio di consolazione e di sostegno. Abbiamo visto il brulicare della città vecchia che trasuda di fede e ha il respiro dell’eterno e quello della parte nuova di Gerusalemme con i ritmi accelerati del lavoro, della ricerca, del commercio e della comunicazione, ma in cui la traccia del religioso persiste quale termine di confronto con cui misurarsi e intrecciare, se possibile, percorsi fecondi di collaborazione e di scambio.

E abbiamo visto la presenza dei soldati nelle strade. Che cosa poi abbiamo ascoltato? Abbiamo ascoltato narrazioni diverse. Perché questa terra si racconta in modi diversi: attraverso le pietre cariche di storia e attraverso la vita delle persone. Abbiamo ascoltato un’unica storia raccontata da prospettive diverse e storie differenti. La storia dei luoghi santi narrata con sguardo credente. I luoghi della fede cristiana, di quella ebraica e di quella musulmana, narrati attraverso le parole di chi ci ha accolto e accompagnato: don Marco Napolitano, dottorando all’École Biblique, guida appassionata e competente, Meir Bar-Asher e i docenti dell’Università ebraica, il dottor Zaru e la sua famiglia di fede musulmana. Abbiamo ascoltato storie di vita, storie di amicizia e di solidarietà senza distinzione, storie di sofferenza e di ingiustizia, storie di resistenza, storie di dialogo e di ricerca intellettuale, storie di tensione, storie di esasperazione, storie di speranza e di pace. Abbiamo ascoltato storie di fede.

Che cosa infine abbiamo imparato? Abbiamo imparato, grazie anche alle riletture offerte dai docenti della facoltà impegnati nel viaggio, a partire dai loro campi di competenza, che non si può prescindere dal fatto religioso, dalla religione come fatto, perché la relazione che è al cuore delle religioni è una realtà che investe la vita globalmente. Per questo le religioni e in esse la fede, sono principio di identità, di relazioni, di appartenenza. L’esperienza di Dio è dentro la storia e non la si può cancellare. Impastata con tutte le dimensioni della vita non separabile da esse, l’esperienza religiosa non può essere relegata nel privato perché orienta lo spazio e scandisce il tempo, dà forma alla vita comune. Ma abbiamo imparato anche che l’esperienza religiosa è fragile, che la si può usare, deformare, e che essa può andare incontro a forme di involuzione interna. Il fondamentalismo di segno diverso e il feticismo di ritorno ci ricordano che in ogni religione e nell’esperienza religiosa come tale si può insinuare la pretesa del possesso e dell’identificazione. Come custodirci a vicenda nell’unica famiglia umana? Come alimentare una convivenza tollerante e pacifica che si traduca in fraternità? Non è mettendo tra parentesi la fede. Ci è chiesto piuttosto, come abbiamo visto testimoniato nei tanti incontri di questi giorni, di vivere più profondamente la fede, la nostra fede in Cristo Gesù che ci apre al riconoscimento delle altre fedi e dell’esperienza di Dio che è in esse. Si tratta di vivere, in tutte le religioni, la relazione a Dio lasciando che Dio sia Dio, senza pretendere di catturarne il mistero. È solo allora che nella fede diventa possibile il dialogo, il rispetto autentico dell’altro, l’impegno comune per la giustizia e per la pace.

di Giuseppina De Simone
Sezione San Luigi della Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale

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15 dicembre 2019

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