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Sulle orme di Patrizio

· Radici e vicende della cultura insulare ·

San Patrizio davanti a un re, miniatura del XIII secolo

Uno dei motivi del successo del pellegrinaggio al Lough Derg è il potere di attrazione, rimasto intatto — se non addirittura cresciuto col passare dei secoli — del mito del pozzo di san Patrizio. E, più in generale, il fascino del rigore ascetico del monachesimo insulare.

La Britannia (Inghilterra e Galles) abbandonata dai romani all’inizio del V secolo, fu soggetta a grandi devastazioni a opera dei pitti dal nord, e poi degli angli e dei sassoni dal mare; l’elemento locale celtico riuscì a sopravvivere in una certa indipendenza soltanto nelle regioni occidentali, e qui si conservarono insieme qualche relitto di latinità e di cristianesimo.

In queste terre nacque Gilda (VI secolo). Ma ben prima di lui Patrizio (nato nel 373), di famiglia britannica cristiana, portato appena sedicenne in Irlanda dai pirati e fuggito qualche anno dopo, tornò in un secondo tempo in Irlanda come missionario e, nonostante svariate difficoltà, organizzò e potenziò piccole comunità cristiane già esistenti nel sud dell’isola.

«Patrizio — scrive Manlio Simonetti in Romani e barbari: le lettere latine alle origini dell’Europa (secoli V-VIII) (Carocci, 2006) — fu considerato il padre del cristianesimo e della civilizzazione dell’Irlanda e ne fu il primo rappresentante letterario, anche se il poco di autentico che ci resta di lui lo colloca a un livello molto modesto, senza alcuna reale pretesa o ambizione di carattere letterario».

L’Epistola ad Coroticum chiede a un capo di pirati, che era cristiano, la liberazione di alcuni cristiani che aveva fatto prigionieri in una scorreria. La preghiera è accompagnata da severe parole di condanna.

Molto più significativa, spiega Simonetti, è la Confessio, autodifesa in cui Patrizio respinge varie accuse che alcuni chierici celti, si è pensato di tendenze pelagiane, avevano avanzato contro la sua attività missionaria, soprattutto di essere inadatto a tale attività a causa della sua ignoranza.

Patrizio, ripercorrendo i fatti salienti della sua vita, non nega di essere rusticus, profuga, indoctus, ma giustifica la sua azione come frutto della chiamata della grazia divina: «Fu Dio che chiamò me stolto in mezzo a coloro che sembrano essere sapienti, conoscitori della legge e potenti in parole e sostanza, e me, odioso agli occhi del mondo, ha ispirato invece degli altri (…) perché con timore e reverenza e senza lamentarmi portassi aiuto alla gente dalla quale mi ha trasportato l’amore di Cristo, e mi ha destinato (…) a servirli con umiltà e verità».

Il cristianesimo attecchì rapidamente in Irlanda, e insieme con esso la cultura latina, pur limitata all’ambiente ecclesiastico, soprattutto monastico data l’eccezionale fioritura del monachesimo nell’isola. Qui fra il V e VI secolo si formarono biblioteche con libri venuti dal continente, che i monaci impararono per tempo a trascrivere: insieme con opere cristiane non mancarono alcune opere classiche, che promossero anche una certa conoscenza del greco e ispirarono il gusto per le lettere. Così gradatamente i monaci raggiunsero un livello di cultura che permise loro di essere non più soltanto ricettivi nell’apprendere e trascrivere, ma anche scrittori in proprio e di formarsi così una loro letteratura. I monaci irlandesi passarono nella vicina Britannia operando sia tra i celti sia tra gli anglosassoni, e quindi estesero, insieme con questi, la loro azione anche sul continente, fondando nuovi monasteri.

Tra i miti storiografici più accreditati in epoca recente vi è senz’altro quello del “miracolo irlandese” nella storia della cultura. Secondo questa ricostruzione, nell’alto medioevo sarebbero stati proprio gli irlandesi, di recente cristianizzati e latinizzati, a salvare la tradizione classica e a reintrodurla sul continente attraverso le loro molteplici missioni e le numerose fondazioni monastiche che disseminarono in tutta Europa. Basata su dati di fatto innegabili ma certamente enfatizzata, questa ricostruzione già agli inizi del Novecento è stata piuttosto ridimensionata.

Non di meno, come tutte le leggende, anche questa sull’importanza della cultura irlandese racchiude una verità storica e sottolinea bene l’incidenza reale che il movimento missionario irlandese e tutto lo sviluppo conseguente di una cultura insulare (originata in Irlanda ma estesa abbastanza presto alla Britannia) ebbero sulla conservazione del patrimonio classico e sulla formazione della tradizione culturale europea, saldandosi grazie ad alcuni personaggi di particolare rilievo, come Alcuino e Giovanni Scoto Eriugena, alla rinascita carolingia.

Se dunque è esagerato pensare che in Irlanda si sia concentrata la massima parte dei testi classici e cristiani e che senza gli irlandesi la tradizione dell’antichità sarebbe scomparsa, è però certo che il ruolo dei missionari irlandesi e la loro passione per i libri contribuirono in maniera decisiva, soprattutto attraverso la moltiplicazione di fondazioni monastiche in tutta la Britannia e quindi sul continente, a diffondere la conoscenza dei testi antichi: quelli che erano stati evangelizzati e latinizzati divennero così a loro volta evangelizzatori e agenti importanti di diffusione della cultura.

Il fascino del monachesimo insulare riemerge spesso nella tradizione letteraria dell’Isola di smeraldo, ed è tornato a vivere anche in epoca recente, nei versi del grande poeta irlandese Seamus Heaney. In uno dei suoi componimenti più celebri Heaney rievoca la figura di san Kevin, descrivendolo come una sorta di san Francesco d’Assisi ante litteram. «E poi san Kevin, e il merlo — scrive il poeta irlandese nella bellissima St Kevin and the blackbird —. Il santo è inginocchiato, le braccia allargate, dentro/ la cella, ma la cella è stretta / così un palmo levato esce dalla finestra / rigido come una trave, quando un merlo vi si posa / depone le uova e comincia a covarle / Kevin sente le uova calde, il piccolo petto, la testolina / nascosta, le zampette, e allora scoprendosi / maglia della rete della vita eterna / pietà lo muove: ora dovrà tenere la mano / come un ramo a sole e pioggia per settimane / finché i piccoli schiusi sapranno volare». Rispetto per tutto ciò che lo circonda, tenerezza per ogni creatura e disponibilità al dono totale di sé per difendere quello che Dio gli ha affidato, anche se si tratta di una nidiata di pulcini; col passare dei giorni Kevin sperimenta una fusione intima e profonda con la natura, fino al totale oblio di se stesso. «Opera e non chiedere premio — continua Heaney — prega / una preghiera tutta corporale / perché lui ha dimenticato se stesso, dimenticato il merlo / e in riva al fiume ha dimenticato il nome del fiume».

di Silvia Guidi

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22 novembre 2019

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