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Sulla stessa strada

· Passa anche per l’Indonesia il futuro del dialogo tra le religioni ·

Al numero 7 di Jalan Katedral, a Jakarta, c’è la cattedrale cattolica di Santa Maria Assunta. Se uscendo dal cortile alberato che costeggia l’edificio si attraversa la strada, e si ha la fortuna di passare indenni tra gli stormi di ciclomotori cavalcati anche da quattro passeggeri alla volta, ci si trova di colpo nella moschea di Istiqlal. I due luoghi di culto sono così vicini che, per un costume ormai consolidato, l’arcivescovo cattolico e l’imam, dopo le celebrazioni, prima di tornare alle loro rispettive dimore attraversano la strada e si fermano per un breve saluto, che si protrae in occasione delle ricorrenze religiose più importanti. Non sembra molto.

Il tempio buddista di Borobudur

Eppure, dalla possibilità che questa abitudine duri il più a lungo possibile dipende buona parte del futuro dei rapporti fra islam e cristianesimo e, più in generale, fra islam e mondo occidentale. Perché la frontiera che separa il dialogo dall’odio oggi passa per l’Indonesia ancor più che da Siria, Iraq o Nigeria, e più che da Parigi o Bruxelles. In Indonesia, Paese con circa 258 milioni di abitanti, vive la comunità musulmana più numerosa al mondo. È evidente che la direzione che essa vorrà prendere, da che parte della frontiera deciderà di stare, sarà un elemento decisivo non solo per il futuro del sud-est asiatico.

Qui, insomma, si gioca una partita fondamentale. Ed è una partita tutta interna al mondo islamico, non solo tra le due grandi famiglie dei sunniti e degli sciiti ma tra una visione moderna, tollerante e pacifica dell’islam e il flusso carsico dell’odio fondamentalista. L’Indonesia è il Paese della convivenza. Lo è da sempre. Bhinneka Tunggal Ika è il motto della nazione: «Unità nella diversità». Lo ripete ogni indonesiano che parla della patria, quasi come fosse una carta d’identità. E ogni indonesiano lo pratica e lo vive ogni giorno, studiando, passeggiando e pregando l’uno accanto all’altro, cristiani con musulmani, buddisti con induisti. Ma un Paese con 258 milioni di abitanti, di cui l’80 per cento islamici, fa gola a chi cerca soldati. Gli attentati che hanno colpito Jakarta il 14 gennaio scorso, quando la città è stata preda per qualche ora di una serie di esplosioni e sparatorie che hanno provocato la morte di sette persone e il ferimento di altre ventitré, sembra aver segnato la fine dell’età dell’innocenza per questa nazione altrimenti tranquilla, cordiale, accogliente. E hanno messo in allarme Governo, amministrazioni locali e comunità religiose, impegnati da sempre in un dialogo costante e continuo.

L’Indonesia può essere un modello per il resto del mondo islamico. L’interesse da parte della comunità internazionale è alto. Monsignor Suhario Hardjoatmodjo racconta di essere stato invitato di recente ad Amman, in Giordania, per un intervento illustrativo sui principi della Pancasila. Doveva parlare tre o quattro minuti ma l’uditorio era così interessato che la regina Rania lo ha invitato a continuare. «Alla fine ho parlato per quindici minuti», ricorda. Si cerca una modalità di convivenza che possa durare nel tempo. La cercano gli occidentali, ma la cercano anche i musulmani. Per questo l’esperienza dell’Indonesia va preservata e incoraggiata. Perché, a volte, per raggiungere l’altro basta avere il coraggio di attraversare una strada.

dal nostro inviato
Marco Bellizi

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22 settembre 2019

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