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Sulla frontiera

· Edith Stein e il Novecento ·

Edith Stein, per la sua vita e la sua morte, per il suo stare a metà fra mondo ebraico e mondo cristiano, per il suo essere una grande intellettuale laica del suo tempo, ma anche una vera scrittrice mistica, costituisce un esempio significativo di santità contemporanea. Ogni approfondimento della sua vicenda, ogni riflessione nuova sui suoi scritti offre quindi sempre una nuova luce sul secolo che si è appena chiuso. Specie quando pone al centro della riflessione temi che riguardano proprio il suo stare di frontiera fra mondi diversi.

Cristiana Dobner, profonda conoscitrice della santa e della sua produzione intellettuale, nel suo ultimo libro Oscuro portone o immenso roveto ardente? Edith Stein nel mistero della morte (Torino, Lindau, 2013, pagine 119, euro 12,5), riflette proprio sul suo essere «icona del suo tempo» sia per la ricerca filosofica della verità, che diventa ricerca di Dio, sia per la testimonianza luminosa nel buio della Shoà. In lei, scrive, si contrappongono «l’ombra di Dio e le tenebre della storia».

Percorriamo quindi insieme con lei la vicenda terrena della santa, che comincia con gli stretti legami che la uniscono, fino alla fine, alla famiglia d’origine. Innanzi tutto, il rapporto con la morte: prima la morte avvenuta lontano del padre, poi di un parente suicida, poi la morte vista da vicino mentre, come infermiera, assisteva i soldati durante la prima guerra mondiale. L’agonia di un giovane soldato le fa capire che si tratta di «una rottura violenta di un’unità naturale», di una vera e propria battaglia. E poi il lungo distacco dalla madre che precede il suo ingresso in convento, distacco che era iniziato con la conversione al cattolicesimo, distacco doloroso mai colmato ma vissuto dalla figlia come rovello continuo e che, senza dubbio, come osserva con finezza Dobner, contribuì a definire il suo rapporto speciale con l’ebraismo.

A questo proposito, lo scritto più interessante viene individuato in La preghiera nella Chiesa , che vede come punto di snodo centrale il Kippur. Che è, tra l’altro, giorno in cui è nata la santa. Per Stein, il passaggio dalla tradizione ebraica al cristianesimo non si spiega quindi con la teologia cattolica della sostituzione, ma nel “transcondurre”, cioè in un passaggio. Un passaggio che permette il pieno rispetto della tradizione di Israele. In questo passaggio ella salva interamente il rapporto con la madre, anche se «la figlia viveva nel compimento di un già ma non ancora, la madre, da verace ebrea, viveva nella sola attesa».

Su questo passaggio si fonda la sua intensa spiritualità eucaristica, che la porta a scrivere «mentre prendiamo parte al sacrificio e al banchetto sacrificale, veniamo nutriti dalla carne e dal sangue di Gesù, diventiamo noi stessi sua carne e suo sangue. E solo nella misura in cui siamo membri del suo Amore, il suo Spirito può vivificarci e regnare in noi».

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16 luglio 2019

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