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Sulla fragile tregua
anche l’ombra
dello scontro sul nucleare

· Una escalation annunciata ·

Nonostante il mese di maggio fosse iniziato con i più pacifici auspici riguardo ai rapporti tra i ribelli huthi e le forze governative yemenite, l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths, lo aveva previsto nel suo discorso al Consiglio di sicurezza dell’Onu: «Ci sono anche segnali allarmanti della guerra, e la guerra ha l’abitudine di battere la pace». E a partire da giugno i tentativi di rendere effettiva la tregua sono sbiaditi in una manciata di attacchi perpetrati dai miliziani huthi. Mentre i recenti incidenti nel golfo di Oman, con le accuse all’Iran di aver attaccato alcune petroliere come mossa strategica nella complessa partita a scacchi sul nucleare rendono la situazione ancora più critica.

L’ultimo attacco, avvenuto due giorni fa, ha coinvolto l’aeroporto di Abha, nel sud dell’Arabia Saudita, ed è costato la vita ad almeno 26 persone. L’attacco ha, così, riaperto una lacerazione nel paese, solo appena suturata dall’accordo di Stoccolma del dicembre scorso, attraverso il quale le parti belligeranti s’impegnavano a creare un regime di cessate il fuoco. Per i ribelli huthi, la convivenza pacifica non è possibile a causa della presenza dell’Arabia Saudita, che reputano interessata a entrare nel paese perseguendo i propri interessi. La fragile iniziativa di pace si è, così, arrestata e i miliziani hanno ripreso ad attaccare il regno saudita in una serie di rappresaglie che hanno avuto come obiettivo le installazioni petrolifere e gli aeroporti sauditi.

Con un ampio dispiegamento di droni, i miliziani houthi hanno preso di mira le strutture saudite, mentre i sistemi di difesa aerea sauditi hanno intercettato diversi missili, mettendoli fuori uso. Il precedente attacco, per mano houthi, a un oleodotto saudita nel maggio scorso ha anticipato i violenti attacchi avvenuti i primi giorni di giugno, quando fonti houthi hanno annunciato di aver attraversato il confine con l’Arabia Saudita e assunto il controllo di oltre 20 posizioni, uccidendo 200 membri della coalizione militare saudita e coinvolgendo diversi civili.

Eppure, al di là della propaganda parte di entrambi gli schieramenti, la guerra in Yemen si legge passando da altri luoghi chiave. Come la capitale Sana’a, ritornata in mano agli houthi, o Hodeidah, il porto con un altissimo valore strategico, situato com’è tra la capitale Sana’a e il Mar Rosso, dove la presenza dei miliziani è pervicace. Recentemente, anche l’Onu ha reso noto che «la presenza delle milizie houthi è ancora molto forte nei porti di al Hodeidah, Ras Isa e al Salif», e il capo delle operazioni Onu per il monitoraggio del cessate il fuoco, il generale Michael Lollesgaard, in merito al ritiro degli houthi prospettato dai negoziati precedenti, ha parlato di «ritiro non completato».

È indubbio che la guerra in Yemen, scoppiata nel marzo 2015, abbia saldato un’alleanza tra alcuni governi della penisola arabica. Secondo alcuni analisti,  l’alleanza dei Paesi del Golfo ha finito con l’alimentare le lacerazioni interne allo Yemen, con l’Arabia Saudita, che nella sua lotta contro gli houthi, ha preso contatti con il movimento Islah — che raggruppa Fratelli musulmani e salafiti — e l’esercito di Abu Dhabi che ha stretto alleanze con gruppi salafiti e jihadisti.

Per gli houthi resta, dunque, prioritario smantellare la presenza saudita nello Yemen ma, al di là dei nodi più visibili del conflitto, la situazione non si può ridurre a un conflitto tra forze filoiraniane e forze filosaudite. Lo scontro sul nucleare ha acuito le tensioni tra l’Iran, principale sostenitore dei miliziani houthi, e gli Stati Uniti, alleati di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. I sauditi descrivono il conflitto come una guerra per procura tra l’Iran e i suoi nemici regionali, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, ma la maggior parte degli analisti afferma che l’Iran non controlla direttamente gli houthi.

Il capo delle Nazioni Unite, António Guterres, ha affermato che i recenti attacchi ai siti petroliferi mostrano un allargamento dei margini del conflitto e ha avvertito che il mondo non può permettersi una guerra nel Golfo. Ieri il ministro degli Esteri Usa, Mike Pompeo, ha ribadito le sue accuse a Teheran, ma il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riunitosi in un vertice a porte chiuse, ha ribadito l’intenzione di contrastare con ogni mezzo l’escalation della tensione.

di Marco Grieco

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Su gentile sollecitazione di David Rigoulet-Roze, Redattore capo della rivista “Orients Stratégiques”, precisiamo che nessuna affermazione riportata nell'articolo è a lui riferibile, come invece erroneamente era stato fatto in una precedente versione. E che in nessun modo David Rigoulet-Roze è stato interpellato o coinvolto nella stesura dell'articolo.

Ce ne scusiamo con David Rigoulet-Roze e con i lettori.

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