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Sulla curiosità (e sulla sua mancanza)

· Tradotti per la prima volta in italiano articoli e interventi di Eleanor Roosevelt usciti tra il 1928 e il 1961 ·

«Poco tempo fa è apparsa una vignetta in cui due minatori alzavano gli occhi con sorpresa esclamando con malcelato orrore: “Ecco che arriva la signora Roosevelt!”. Con maniere singolari e sottili mi si è fatto capire che quella vignetta doveva farmi un po’ vergognare, perché di certo c’era qualcosa che non andava in una donna che voleva vedere e sapere di tutto un po’».
È il 24 agosto 1935 quando sul «Saturday Evening Post» compare l’articolo di Eleanor Roosevelt intitolato In Defense of Curiosity, in cui l’intellettuale statunitense affrontava un tema, la curiosità, solitamente associato alle donne, con una connotazione negativa. La curiosità intesa come passione per il pettegolezzo, come arte sterile e dannosa dell’impicciarsi e del farsi gli affari altrui. Eleanor Roosevelt, invece, spalanca le porte a una curiosità costruttiva, profonda, incredibilmente feconda e, anche per questo, decisamente femminile.

Eleanor Roosevelt mentre vota  a Hyde Park, New York, il  3 novembre 1936

«È una sorta di cecità — prosegue Eleanor — che induce la gente a ritenere che l’interesse per la casa finisca all’interno delle quattro mura dell’edificio in cui si vive. In pochi sembrano in grado di rendersi conto che il vero motivo per cui la casa è importante sta nel suo essere strettamente legata, con milioni di fili, al resto del mondo, è questo che ne fa un fattore così importante nella vita di ogni nazione». Azzerando la capacità di immaginazione, l’assenza di curiosità produce tante conseguenze deleterie, ancora oggi molto diffuse: crea un retroterra troppo povero per potervi fondare una vera capacità di comprensione, determina l’incapacità di calarsi in una vita che non sia la propria e, quindi, l’impossibilità «di provare alcun senso di responsabilità nei confronti di fratelli e sorelle meno fortunati».
Perché la curiosità, argomenta ancora Eleanor Roosevelt, è arte complessa capace di impedire, tanto ai singoli quanto alle comunità, di arroccarsi, di chiudersi giorno dopo giorno dietro una barriera. Essa si articola su due versanti inscindibili, quello intellettuale e quello emotivo, la cui compresenza rende possibile l’incontro tra le persone, la crescita e lo scambio reciproco. Donna battagliera, dalla profonda spiritualità e influenzata (per sua stessa ammissione) da Gesù, Eleanor chiude la sua ode alla curiosità guardando in alto: «Magari verrà il giorno in cui la nostra curiosità non solo ci farà uscire dalle nostre case e da noi stessi consentendoci di capire meglio le cose materiali, ma ci renderà anche capaci di comprenderci l’un l’altro e di capire cosa intendeva il Signore quando diceva “Chi ha orecchi per udire, oda”».
L’articolo del 1935 viene ora riproposto nel volume — introdotto da Raffaella Baritono e tradotto da Rossella Rossini — Elogio della curiosità (Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2017, pagine 189, euro 12) che presenta per la prima volta in italiano, con l’eccezione del discorso The Struggle for Human Rights, articoli e interventi della Roosevelt usciti tra il 1928 e il 1961. Oltre trent’anni di scritti che danno conto, anche a beneficio di chi la conosce poco — o la conosce solo come una ex first lady particolarmente impegnata — dei temi al centro della sua riflessione e della sua azione. Dai diritti delle donne a quelli degli afroamericani, passando per la giustizia, i poveri, l’equità sociale e i diritti umani intesi come terreno di costruzione per nuove modalità nelle relazioni internazionali.
Al di là della lunghezza, della destinazione o della sede in cui vennero pronunciati, gli interventi di Roosevelt inseriscono sempre il rifiuto per ogni razzismo o forma di intolleranza in un discorso più profondo che medita sulle cause dei problemi, nella convinzione assoluta che da lì possa iniziare a lavorare il grimaldello capace di sconfiggerli. Un denominatore comune ritorna spesso: il valore dell’istruzione intesa in senso lato, e le gravi conseguenze che la sua mancanza produce e ha prodotto nella società statunitense.
«Non basta dare a chi ha sofferto un alloggio e salari migliori. Per potersi aspettare che si assumano a pieno le proprie responsabilità, prima devi dar loro istruzione, conoscenze e formazione», scrive nel 1936. Donne, povertà, giustizia, lavoro, responsabilità: tutti temi che Eleanor associa anche alla comunità familiare. Con osservazioni — siamo nel 1933 — che fanno riflettere. «Qual è il valore reale di una famiglia? La mia risposta è che il suo valore sta nei contatti e nelle relazioni tra le persone, l’aiuto che posso dare ai miei figli, quello che ci possiamo reciprocamente dare mio marito e io, e che a noi possono dare i nostri figli. Questi sono i veri valori della vita familiare. Al senso di benessere e sicurezza fisica possono provvedere altrettanto bene persone di servizio qualificate».
Gli anni passano, e la preoccupazione di Eleanor verso i giovani aumenta sempre più. È la preoccupazione dell’eredità lasciata, di un passaggio del testimone che rischia di incepparsi per tanti motivi, tra cui ad esempio la strenua opposizione di chi invecchia a lasciare il campo. Chiude il libro curato da Baritono un articolo del 1961, intitolato Che fine ha fatto il sogno americano? .

Eleanor ha 77 anni, morirà qualche mese dopo al termine di una vita spesa — come scrive Baritono nell’introduzione — a spingere «un po’ avanti la ruota della storia». Pur essendo sempre propositivo, battagliero e coraggioso nel guardare in faccia le pecche della società statunitense, questa volta però il tono del pezzo è molto amaro. E a un certo punto Eleanor scrive: «C’è una forma di comunicazione in cui noi abbiamo fallito miseramente: l’insegnamento delle lingue». Il che detto da una intellettuale di oltreoceano, con tutto ciò che sottintende, assume un significato enorme. Anche perché contiene l’ammissione che gli Stati Uniti, come paese, abbiano mancato in curiosità.

di Silvia Gusmano

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