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Sulla Catalogna
posizioni contrapposte

· La crisi aggravatasi dopo il referendum per la secessione ·

«Il mio governo sarà sempre impegnato a favore della pace, ma saremo risoluti. Oggi occorre una mediazione e sono aperto a qualsiasi processo di mediazione. Speriamo che non vi siano provocazioni. Realizzeremo il nostro sogno». Queste le parole pronunciate ieri sera, durante una conferenza stampa a Barcellona, dal presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont, che non ha risparmiato critiche nei confronti del discorso del re Filippo vi. Il sovrano — ha detto Puigdemont — «ha deluso tante persone».

Manifestazione a Barcellona per l’unità spagnola (Afp)

Lunedì il parlamento catalano vorrebbe votare la dichiarazione unilaterale d’indipendenza dalla Spagna. Prima della votazione, Puigdemont presenterà in aula i risultati definitivi del referendum. Nel suo discorso, il leader indipendentista, già sindaco di Girona, è tornato su quanto avvenuto domenica scorsa e ha accusato il governo spagnolo di attuare «politiche catastrofiche in Catalogna». In un’intervista alla stampa tedesca, Puigdemont ha detto di sentirsi già «il presidente di un paese libero», volontà che considera rafforzata dall’ampia partecipazione allo sciopero generale di ieri.

Il governo della nazione, dal canto suo, esclude qualsiasi negoziato. In serata, il presidente Mariano Rajoy ha respinto la proposta di promuovere un tavolo di mediazione sulla crisi, avanzata da Pablo Iglesias, segretario generale di Podemos. E dopo il discorso del leader catalano, Rajoy ha diffuso una nota in cui ha messo in chiaro che «il governo non negozierà su nulla di illegale e non accetta ricatti. Se Puigdemont vuole parlare o negoziare, o vuole una mediazione, sa perfettamente cosa deve fare prima: tornare nella legalità, che non abbandoneremo mai». Il capo dell’esecutivo — secondo fonti ufficiali della Moncloa — ha inoltre sottolineato che il governo «non è disposto a trattare con coloro che hanno posto in essere un brutale ricatto allo stato».

La strada, secondo la Moncloa, è una sola: Barcellona deve ritirare l’ipotesi secessionista. E le risposte possibili sono diverse: dall’invio di nuove truppe all’applicazione dell’articolo 155 della costituzione che sospende l’autonomia regionale. Il ministero della difesa ha disposto intanto l’invio di due convogli logistici verso la Catalogna per rafforzare i servizi per i circa diecimila agenti di polizia dislocati già nei giorni scorsi per impedire il referendum del primo ottobre. Le autorità spagnole hanno per ora deciso di prolungare fino all’11 del mese la missione dei rinforzi in Catalogna, parte dei quali sono alloggiati in tre navi nei porti di Barcellona e Tarragona.

A esporre invece la posizione dell’Unione europea ha pensato ieri il vicepresidente della commissione Frans Timmermans, che ha invitato il governo nazionale e quello catalano ad «abbandonare il cammino del confronto e seguire la strada della cooperazione e del dialogo per risolvere la situazione». Timmermans ha ribadito in ogni caso che la questione «è un affare interno spagnolo» sostenendo però che «i canali di comunicazione devono restare aperti; è tempo di parlare». Sottolineando che «il rispetto dello stato di diritto non è un optional», Timmermans ha anche detto che «il voto di domenica non era legale» e che «la violenza non è mai una soluzione» aggiungendo che «è diritto di ogni nazione difendere lo stato di diritto e questo a volte richiede un uso proporzionato della forza».

Dopo il dibattito all’Europarlamento, il presidente dell’assemblea, Antonio Tajani, ha auspicato un dialogo nel rispetto del quadro costituzionale. «Nessuno ha gradito gli eventi accaduti domenica» ha detto, ma «decisioni unilaterali, compresa la proclamazione dell’indipendenza da uno stato sovrano, non soltanto sono in contrasto con l’ordinamento giuridico europeo, ma sono destinate a provocare pericolose divisioni».

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