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La strada aperta
dai missionari gesuiti

· Nel cuore delle Ande ·

Il Papa non ci andrà, nel suo viaggio in Cile e Perú previsto per la prossima settimana, probabilmente a causa dell’altitudine, che può giocare brutti scherzi. Juli è nel cuore delle Ande, a quasi 4000 metri. Conviene salirci per gradi, abituandosi a poco a poco alla rarefazione dell’aria. Eppure questo paese di neppure 10.000 abitanti, sulla riva meridionale del Lago Titicaca, talmente ricco di chiese da meritarsi il titolo di «pequeña Roma de America», è all’origine di tutto il sistema missionario creato dai gesuiti nel Nuovo mondo. Vale la pena di spenderci qualche parola.

Il tempio dell’Assunzione a Juli  (Puno, Perú)

Gli storici si sono concentrati soprattutto sulle Riduzioni guaranitiche, oggi distribuite fra Paraguay, Argentina e Rio Grande do Sul brasiliano. Queste missioni sono diventate quasi un modello esemplare della strategia gesuitica in Sud America e su di esse esiste un’imponente bibliografia, non soltanto in spagnolo e portoghese e non solo specialistica. Studiando però la geografia e l’organizzazione della Compagnia di Gesù, ci si è accorti che essa operava attraverso un sistema di insediamenti missionari molto più largo e complesso, che andava (con riferimento ai confini statuali odierni) dalla Bolivia alla Colombia e al Venezuela, dal Perú al Cile e al Brasile, e comprendeva una grande varietà di popolazioni, dai Moxos ai Maynas, dagli Aymara ai Quechua, dai Guaraní ai Chiquitos, per citarne solo alcuni.
Alcune di queste missioni sono ancora operative (quelle boliviane della Chiquitania), altre sono cumuli di imponenti rovine (quelle paraguayane), altre ancora sono sparite del tutto, travolte dall’espulsione dei gesuiti dai territori portoghesi (1759) e spagnoli (1767), dalla fine del sistema coloniale, dalle innumerevoli guerre che hanno accompagnato la nascita delle attuali repubbliche latinoamericane. Neppure oggi sono in pace. Il dipartimento di Casanare, in Colombia, che è finito al centro della guerriglia e del narcotraffico, era stato sede di un florido insediamento di missioni.
Il patrocinio dell’Unesco ha riconosciuto patrimonio dell’umanità quelle boliviane e paraguayane, dando loro enorme visibilità, certamente meritata. Ma in questo modo è rimasto in ombra il modello da cui nacquero. Oggi infatti solo gli studiosi ricordano che tutta l’organizzazione delle missioni gesuitiche fra gli indigeni d’America ebbe origine proprio a Juli, che si raggiunge da Puno, il capoluogo della regione, percorrendo una settantina di chilometri in un’atmosfera incredibilmente limpida e tersa, lungo le rive del Lago Titicaca, le cui acque sono blu scuro come il cielo di questi sterminati altipiani andini. Quando ci andai, una ventina d’anni fa, il paese e le sue chiese mostravano l’usura del tempo, ma conservavano il fascino e l’imponenza di una storia antica e gloriosa. Oggi mi risulta che tutto si stia evolvendo in meglio.
Qui arrivarono per primi i domenicani, sostituiti a partire dal 1576 dai gesuiti. Questi erano in America da poco più di vent’anni e avevano sempre operato con missioni itineranti. Juli fu la loro prima esperienza stabile, dalla quale, scrive José de Acosta, il più celebre scrittore ignaziano del tempo, impararono un metodo che poi adattarono dovunque.
In che cosa consisteva questo metodo? Possiamo riassumerlo in alcuni punti. Per catechizzare gli indiani d’America bisognava imparare la loro lingua, parlare come loro, comunicare direttamente, senza intermediari e senza interpreti. E contemporaneamente bisognava capire il loro mondo, a partire dalla maniera di vivere, dagli oggetti quotidiani, dai capi di abbigliamento, dalla gestualità, dalla vita comunitaria, dal modo di ridere e di piangere, dalla tipologia delle abitazioni. Insomma, era necessario calarsi in qualche modo nella testa degli interlocutori, senza pretendere una cosa impossibile: che fossero loro a entrare nella testa dei gesuiti. Questo era il punto basilare, senza il quale tutta l’operazione franava. E infatti dovunque sarà così. Se oggi in Paraguay, unico caso in tutto il Sud America, si parla il guaraní al pari dello spagnolo (Benedetto XVI lo inserì nel rosario linguistico con cui augurava buon Natale “urbi et orbi” il 25 dicembre) lo si deve al fatto che nelle Riduzioni erano i gesuiti che dovevano esprimersi nella lingua dei guaraní, e non i guaraní in quella dei gesuiti.
Ma a Juli impararono altre cose, che replicheranno poi dovunque. Le missioni dovevano essere economicamente autosufficienti, con coltivazioni e allevamenti di bestiame adeguati, senza dipendere da altri, senza essere legate al mercato esterno. La cosa sarà facile in Paraguay e Bolivia, dove il bestiame e i campi da coltivare sovrabbondavano, lo fu un po’ meno sulle Ande, a causa dell’altitudine e del clima. L’autosufficienza aveva lo scopo di tenerle separate dall’ambiente spagnolo, che corrompeva l’indiano e lo sottometteva. Dovevano essere politicamente autonome, cioè indipendenti dal sistema amministrativo coloniale, per non esserne riassorbite. Solo la potenza della Compagnia poté garantire tutto questo. Dovevano anche mantenere l’equilibrio demografico, né troppo né troppo poco popolate. A Juli, infine, si studiò anche l’organizzazione urbanistica e abitativa, che poi divenne comune: la piazza al centro, la chiesa e gli edifici comuni su un lato, le abitazioni sugli altri tre.

Insomma, fu in questo villaggio andino remoto, alto quasi come il Monte Bianco, sulle rive di un lago quasi irraggiungibile, ma di rara bellezza, dove la gente d’oggi non è molto diversa da quella di allora, che si pose per la prima volta, in concreto, il gigantesco problema dell’inculturazione del cristianesimo. Sicuramente Papa Francesco, che al tema dell’inculturazione è molto sensibile, quando sarà in Perú manderà un pensiero a quei suoi lontani confratelli che cinquecento anni fa si arrampicarono fin qui, vissero e morirono fra queste montagne e da qui ebbero la forza di aprire una strada che ridiscese e percorse tutto il Sud America.

di Gianpaolo Romanato 

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27 aprile 2018

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