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Sul ciglio
del tempo

· La poesia di Brendan Kennelly ·

«Come accademico, ha violato il codice della propria categoria, quella vuota lingua convenzionale che mette un sigillo alla poesia e che forse io stesso dovrei osservare in questa sede... È e non è così lontano dal rock and roll». Raramente è capitato di leggere in una presentazione letteraria, in questo caso quella di un grande poeta, l’irlandese Brendan Kennelly, parole così poco letterarie.

Ci si stupirà di meno sapendo che l’autore di questa postfazione posta nel volume dedicato a uno dei più importanti scrittori d’oggi non è un critico letterario, né uno scrittore in senso paludato, tantomeno un filologo o un sociologo, ma è Bono, voce degli U2, uno dei più celebrati gruppi rock della scena contemporanea. Le sue parole sono presenti all’interno del volume, a cura di Giuliana Bendelli, The Essential (Milano, Jaca Book 2017, pagine 287, euro 18) che raccoglie il meglio della poetica di Kennelly.

Il perché della presenza di un frontman “elettrico” in un libro di poesie non sta né nella ricerca del colpo mediatico né nel desiderio di stupire a tutti costi, ma in altri motivi: l’amicizia che lega da anni il cantante e il poeta e il fatto che le liriche di Kennelly siano assai lontane dall’accezione di poesia (troppo) spesso tramandata a scuola.

Quella dell’ottantatreenne scrittore e docente universitario al Trinity College di Dublino non è poesia scolastica, aulica o celebrativa: se c’è qualcosa che essa celebra fin da Let Fall No Burning Leaf, nel 1963, è il quotidiano. Non solo nel senso di vita di tutti i giorni, per esempio una birra con gli amici in un pub di Ballylongford, che gli ha dato i natali, ma in quello di rendere familiare ogni realtà, anche quella più alta, in modo tale che anche i personaggi dalla grande storia o delle Scritture, come Cromwell o Giuda, da lui direttamente affrontati in due sue opere, siano immersi in una dimensione quotidiana e confidenziale.

Non si deve però pensare a una monotonia di fondo nella sua poetica, tutt’altro: quando — inevitabilmente per un irlandese — i suoi versi affrontano la tragedia della carestia che si portò via tante vite a metà Ottocento, quelle parole diventano pietre, visibili, dicibili, e per questo raccapriccianti, che colpiscono ancora la coscienza di ognuno al pensiero di quel “giorno intollerabile”.

Un altro degli elementi fondanti della poesia dell’Isola è da sempre quello religioso che, partendo da un sottofondo celtico, si apre alla fede cristiana in modalità tutte sue che ne fanno un unicum nella letteratura non solo religiosa, e Kennelly non smentisce questa realtà: anzi, si sporge sul ciglio del tempo, e si fa di nuovo carico della tradizione dei bardi celtici, esemplata nell’antico poema dedicato alla Madre di Dio, Mary, appunto, traduzione dall’antico irlandese Muire, usato solo per la Vergine (per le donne dello stesso nome si usava Màire).

Il rispetto della tradizione orale si armonizza con la musa del poeta, la componente popolare e quella individuale diventano un tutt’uno, in una nuova e insieme antica riscoperta del sacro nascosto nella natura e nel linguaggio del cuore umano: qui Maria diviene, anzi, Kennelly potrebbe dire: torna ad essere, una «soave fanciulla dalle ciglia scure / e dai capelli folti e ondulati». Servirebbe a poco una dotta disquisizione antropologica sulla possibile ricostruzione del volto della Vergine, poiché il linguaggio poetico compie il miracolo umano di accogliere il particolare, in questo caso la poesia di un moderno bardo, all’interno dell’universale, il culto mariano in ogni latitudine umana. L’immaginario collettivo assume di volta in volta e di paese in paese forme proprie: sta alla poesia vera renderle magicamente universali e capaci di muovere le corde profonde di qualsiasi abitante del nostro pianeta.

È anche per questo che Kennelly viene omaggiato nel presente libro non solo dalla presentazione e dalle analisi critiche di studiosi competenti e specialistici, ma come abbiamo già potuto vedere, da voci apparentemente estranee alla cultura letteraria ufficiale, non solo quella del leader di un gruppo rock come Bono. In questo volume, così lontano dalle seriose, accademiche celebrazioni cui siamo abituati, è presente anche il discorso del presidente della Repubblica d’Irlanda, Michael D. Higgins, scritto in occasione della celebrazione dell’ottantesimo compleanno del poeta. Anche il presidente, come il rocker — e in questo “eretico” apparentamento sta tutta l’unicità della poesia e della cultura irlandesi — è un amico di vecchia data di Kennelly.

Ma l’ulteriore sorpresa sta nel fatto che il politico, seppure la più alta carica della politica, divenga a sua volta un acuto critico letterario mettendo in rilievo come il poeta nazionale «ci ha rivolto l’invito a vivere con quella contraddizione intrinseca in cui i viaggi si intraprendono sia nella luce sia nel buio». Il che mi sembra una geniale e sintetica sintesi della poetica kennelliana, tesa a cantare e insieme vivere la vita in tutte le sue apparenti contraddizioni, nell’accettazione dei passi falsi, dei dubbi, dei fallimenti del giorno che non devono divenire per forza di tutta una vita.

Con un verso leggero, essenziale, teso alle osservazioni dell’occhio e dell’anima, Kennelly riesce a restituire la vita e la fede, il dolore e il piacere, il dubbio e l’illuminazione, fino a portare il divino nella nostra vita, come quando, riprendendo l’antico poema medio-irlandese dedicato a santa Brigida, scrive: «Vorrei offrire al Signore un lago di birra. / Mi piacerebbe che le Schiere Celesti / Vi bevessero a volontà per tutta l’eternità».

di Marco Testi

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23 ottobre 2019

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