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Sul cammino dell’umanità

· Homo sapiens e senso religioso ·

«Se la scienza non risponde mai al perché delle cose, può almeno spiegarne il come. E i doni della scienza non possono essere ignorati dal credente, e non sono affatto incompatibili con la fede» si legge nella quarta di copertina del libro Sur le chemin de l’humanité. Via Humanitatis. Les grandes étapes de l’évolution morphologique et culturelle de l’Homme - Emergence de l’être humain (Paris, Cnrs éditions-Accademia Pontificia delle scienze, 2015, 620 pagine, euro 26) a cura di Henry de Lumley, archeologo direttore dell’Institut de Paléontologie humaine de Paris-Fondation Albert i°, celebre per aver completato una grandiosa opera di catalogazione delle incisioni rupestri della Vallée des Merveilles del massiccio del Mercantour in Francia, attualmente impegnato nella realizzazione di un museo sull’evoluzione umana ad Addis Abeba.

Il volume raccoglie gli atti del convegno internazionale che si è svolto in Vaticano nel 2013, presieduto dal cardinale Roger Etchegaray e coordinato da monsignor Marcelo Sànchez Sorondo. Un incontro che ha convocato paleontologi, paleoantropologi, biologi, filosofi e teologi di Paesi e tradizioni culturali diverse per riflettere sulla questione delle origini ed esaminare senza a priori le scoperte più recenti della scienza sull’evoluzione morfologica e culturale dell’uomo, confrontandole con la Scrittura, senza paura di parlare di senso religioso innato nell’uomo o di usare la parola Dio, spesso tabù o comunque fonte di imbarazzo nei convegni internazionali, seguendo il filo di una logica tanto semplice quanto inappuntabile. «Se la scienza non può provare direttamente l’esistenza di Dio, d’altra parte non è neanche in grado di dimostrare il contrario».

Una carrellata a ritroso nei millenni per rintracciare il primo volto umano, un viaggio composito e complesso in cui si procede a ritmo discontinuo fra lunghi periodi di stallo e brusche accelerazioni, a caccia di dettagli apparentemente irrilevanti che messi in cortocircuito con altri dati possono rivelarsi decisivi.

Sono serviti nove miliardi di anni per passare dal Big Bang all’oceano primitivo senza vita sul pianeta Terra e poi altri quattro miliardi di anni per passare dall’oceano primitivo all’uomo dotato di un cervello con più di cento miliardi di neuroni che si interroga sul suo posto nella storia dell'universo e della vita e che è capace di ripercorrere la propria storia. La storia evolutiva dell’uomo passa attraverso grandi tappe: l’acquisizione della stazione eretta, l’uso degli utensili, la scoperta della simmetria, dell’etica, l’addomesticamento del fuoco, l’invenzione dei riti funerari, del pensiero simbolico, della gerarchia.

Particolarmente commovente è la sezione dove si descrivono le sepolture più antiche, in cui accanto al defunto vengono deposti oggetti simbolici utili per il suo viaggio nell’aldilà. È il caso della grotta di Qafzeh in Israele dove un palco di massacro di cervo, simbolo di resurrezione, era stato deposto nelle mani di un bambino di nove anni, o in una delle sepolture della grotta di Shanidar nel Kurdistan iracheno, sulla quale sono stati ammassati fiori di campo, identificati grazie ai pollini.

L’uomo rifiuta la morte e vuole proseguire la sua strada nell’eternità. Si interroga sul proprio significato; è la nascita della domanda metafisica e del pensiero religioso. In fondo da sempre nella storia riecheggia l’imperativo socratico delfico «Conosci te stesso» ribadiscono i curatori nella prefazione; ed è una delle domande da non censurare mai.

di Silvia Guidi

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25 marzo 2019

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