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In Sudan contrasti
anche all’interno dell’esercito

· Dietro le voci di un presunto tentativo di colpo di stato ·

C’è un particolare degno di menzione, riflettendo sulla crisi sudanese, che non andrebbe sottovalutato dal punto di vista dell’analisi geopolitica. La violenta repressione delle manifestazioni di protesta — che ha causato, secondo fonti civili, 118 vittime, mentre le stime delle autorità militari parlano di 61 — è avvenuta pochi giorni dopo la visita di Stato resa da una delegazione del Consiglio militare di transizione (Tmc), insediato a Khartoum, ai governi di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. È evidente che la giunta militare sudanese è preoccupata di trovare consensi che possano, comunque, garantire il mantenimento di un assetto conforme agli interessi del mondo arabo. Da rilevare, in particolare, che sia l’Arabia Saudita sia gli Emirati Arabi Uniti, sin dall’inizio della transizione sudanese avvenuta a seguito della deposizione dell’ex presidente Omar Hassan al Bashir, hanno sostenuto finanziariamente Khartoum, assicurando l’erogazione totale di tre miliardi di dollari. La contropartita del Tmc è stata, naturalmente, la conferma dell’impegno militare sudanese nello Yemen, al fianco della coalizione arabo-sunnita. La variabile, guardando al futuro, è comunque rappresentata dalla crescente dialettica interna al Tmc che vede contrapposti i vertici militari sudanesi alle forze di sicurezza (Rapid Support Forces) sotto il comando di Mohamed Hamdan Dagalo ‘Hemedti’, vice-presidente del Tmc. Stando a fonti diplomatiche ben accreditate nella capitale sudanese, l’ala moderata dei militari si opporrebbe all’influenza esercitata da quest’ultimo, leader indiscusso delle milizie Janjaweed, tristemente note per i crimini commessi nel Darfur. Sono stati proprio questi reparti paramilitari che nei giorni scorsi, secondo autorevoli fonti della società civile, hanno aperto il fuoco contro i civili a Khartoum, Omdurman, Port Sudan e in altre città sudanesi. Nel frattempo, bisogna riconoscere che sono stati registrati dei segnali positivi che lasciano ancora sperare guardando al futuro del Paese. Anzitutto il fatto che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite abbia finalmente condannato le violenze in Sudan, invitando i militari al potere e il movimento di protesta a lavorare per trovare una via d’uscita dalla crisi. Una presa di posizione che ha indotto i manifestanti a sospendere la campagna di disobbedienza civile e a riprendere i negoziati con il Tmc, che a sua volta ha acconsentito a rilasciare i prigionieri politici. Da rilevare, infine, l’atteggiamento responsabile del Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana (Ua) che, nei giorni scorsi, ha ritenuto opportuno sospendere la partecipazione del Sudan da tutte le sue attività. L’organismo della Ua ha affermato in particolare la necessità di “un’autorità di transizione guidata da civili” come “unico modo per consentire al Sudan di uscire dall’attuale crisi”. In questo contesto è fondamentale l’impegno del primo ministro etiope Abiy Ahmed che ha già visitato Khartoum, dimostrando grande disponibilità ed interesse nella soluzione della crisi sudanese. Una crisi che, qualora non fosse risolta, influirebbe negativamente sull’intero Corno d’Africa.

di Giulio Albanese

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26 gennaio 2020

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