Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Sud Sudan, la pace in pericolo

· Forti tensioni sul cammino verso l’indipendenza ·

L’avvicinarsi della data del 9 luglio, quella della proclamazione formale del Sud Sudan indipendente, sembra accrescere, invece che avviare a soluzione, i problemi causati dalla separazione dal nord. Durante il fine settimana le truppe sudanesi hanno occupato gran parte dell’Abyei, la regione petrolifera tuttora contesa tra le due parti. L’intervento, condannato duramente dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e da molti attori della comunità internazionale, potrebbe costituire persino la miccia in grado di far divampare di nuovo il conflitto ultraventennale al quale pose fine l’accordo di pace del 9 gennaio 2005, che spianò la strada all’indipendenza del Sud Sudan.

La riaccesa tensione si ripercuote ovviamente anche sui negoziati tra le due parti, di tipo più strettamente economico, ripresi la settimana scorsa in Etiopia. Anche prima dell’intervento armato di Khartoum nell’Abyei, diversi dirigenti del Movimento per la liberazione del popolo sudanese, formato dagli ex ribelli oggi alla guida del Governo sudsudanese di Juba, avevano accusato le autorità di Khartoum di applicare una sorta di embargo economico che rende più difficili da sciogliere i nodi complessi dei rapporti bilaterali.

Sul presunto embargo non ci sono conferme da Khartoum, se si escludono quelle di giornali da sempre critici nei confronti del Governo del presidente Omar Hassam el Bashir. In ogni caso, gli ex ribelli oggi al Governo a Juba hanno adottato misure di sostegno agli scambi con Uganda, Kenya ed Etiopia, i Paesi verso i quali il nuovo Stato, il 54° dell’Africa, potrebbe gravitare da un punto di vista economico e politico. Tutto ciò lascia forti dubbi che si raggiungano intese sulla suddivisione dei proventi petroliferi, sulle scelte monetarie e sulla gestione di un debito estero di oltre 35 miliardi di dollari da ripartire tra Khartoum e Juba.

Per quanto riguarda le risorse petrolifere, concentrate in massima parte nelle regioni meridionali, anche indipendentemente da quelle dell’Abyei, il Governo sudanese ha più volte dichiarato in questi mesi che la divisione deve rimanere quella ipotizzata dall’accordo di pace del 9 gennaio 2009, che pose fine all’ultraventennale conflitto civile, mentre le autorità di Juba sembrano intenzionate a gestire in proprio le perforazioni, limitandosi a pagare a Khartoum l’uso degli oleodotti.

Per le autorità sudsudanesi, peraltro, non mancano neppure contestazioni interne per il modo con il quale stanno gestendo l’approccio all’indipendenza. In particolare, le donne del Sud Sudan chiedono più spazio nell’attuale processo costituzionale. Centinaia di affiliate alle tre maggiori organizzazioni femminili — Associazione generale delle donne, la Rete per promozione delle donne e Associazione delle gruppo delle avvocatesse sudsudanesi — si sono riunite in una conferenza a Juba, una settimana dopo la stesura della Costituzione transitoria del nuovo Stato che attende l’approvazione del Parlamento. Rammaricate per «il ruolo marginale che le donne hanno avuto finora nel processo costituente», le rappresentati delle organizzazioni hanno ribadito la loro determinazione «a guadagnare un ruolo centrale nei prossimi sviluppi della politica del nuovo Stato» e hanno ammonito che «non è ancora troppo tardi per dare il loro contributo prima dell’adozione definitiva del documento». Alla conferenza è intervenuta Olivia Lomoro, sottosegretario del ministero della Sanità, che ha incoraggiato le donne «a fare pressioni per conquistare posti chiave nel Governo, oggi occupati da uomini». Attualmente sono 7 su 32 (il 22 per cento rispetto al 25 stabilito dalla Costituzione vigente) i ministri donna nel Governo di Juba.

Il Governo di Khartoum, intanto, è alle prese anche con una ulteriore recrudescenza delle tensioni nel Darfur, la regione occidentale sudanese teatro dal febbraio 2003 di un irrisolto conflitto civile che ha causato una delle maggiori emergenze umanitarie in atto nel mondo. Negli ultimi mesi erano stati segnalati ritorni alle proprie abitazioni di oltre un terzo dei due milioni e ottocentomila profughi, tra rifugiati all’estero e soprattutto sfollati interni, calcolati dall’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, il che sembrava testimoniare almeno un avvio di normalizzazione. Di recente, però, la situazione è tornata a inasprirsi.

All’inizio della settimana, l’Onu ha comunicato che il Governo sudanese ha imposto restrizioni ai movimenti degli operatori umanitari nell’area di Nyala, nel Darfur meridionale. Poco prima, l’Unamid, la missione congiunta dell’Onu e dell’Unione africana nel Darfur, aveva denunciato il presunto bombardamento, da parte dell’aviazione di Khartoum, di due località della zona, Labado ed Esheraya. Nei raid sarebbero stati uccisi 11 civili e altri sarebbero rimasti feriti. L’Unamid aveva riferito, lunedì scorso, di aver tentato di inviare una missione di verifica sul posto, ma di essersi scontrata con il rifiuto delle forze armate presenti alle porte di Labado ed Esheraya di far passare tale missione. Subito dopo, sia l’Unamid sia diverse organizzazioni non governative hanno ricevuto l’ordine di non avvicinarsi a Nyala in un raggio di quindici chilometri. Gli operatori lamentano anche restrizioni attorno al campo profughi di Kalma, non lontano da Nyala, che ospita decine di migliaia di sfollati.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE