Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Sud Sudan
in ginocchio

· ​Gli scontri degli ultimi giorni hanno esteso la massa di profughi ·

Dopo giorni di combattimenti, il cessate il fuoco è stato proclamato in Sud Sudan dal presidente Kiir, cui si oppongono le milizie del vicepresidente Riek Machar. Gli scontri però hanno avuto come effetto, oltre a numerose vittime lasciate sul terreno, una grande massa di profughi. 

A loro soprattutto, in questo momento, sono rivolte le preoccupazioni delle comunità religiose del Paese. Gli appelli per una immediata fine delle ostilità si sono susseguite in queste ore senza pausa, in particolare, dalla Chiesa cattolica, dal South Sudan Council of Churches e dalla Comunione anglicana. «Le fazioni vogliono eliminarsi a vicenda e i colpi di mortaio sono caduti in mezzo ai civili», hanno sottolineato i missionari da anni a Juba, capitale del Sud Sudan. «Il ponte sul Nilo è bloccato e l’aeroporto è stato chiuso, rendendo impossibile anche l’evacuazione del personale delle ambasciate straniere». Secondo le fonti, riportate dal Sir, «i non sud sudanesi» sono stati autorizzati a lasciare il Paese attraverso il valico di frontiera con l’Uganda. Muoversi, però, significa rischiare la vita. «I civili sono rintanati nelle case e chi si avventura fuori lo fa solo perché costretto dalla fame o perché spera di raggiungere un riparo. Chi può, si dirige verso il campo profughi di Tonping o la cattedrale cattolica di Kotor».

Come accennato, le vittime della guerra sono state decine di migliaia, alle quali vanno aggiunte le oltre trecento degli ultimi quattro giorni. Oltre due milioni invece i profughi, che nella maggior parte dei casi non hanno ancora potuto rientrare nelle proprie case. Secondo il South Sudan Council of Churches, bisogna che la comunità internazionale intervenga, anche con la forza, prima che sia troppo tardi. «Esprimiamo cordoglio e solidarietà — si legge in una nota — a tutte le vittime del conflitto e ai loro familiari e preghiamo affinché ritorni un clima più sereno».

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE