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​Sua Eminenza l’Umiltà
Giovanni Mercati

Il cardinale Bibliotecario della santa Chiesa Romana Giovanni Mercati nell’estrema sua estate del 1957 restava immoto, al tavolo di lavoro, e libri e carte giacevano sopra inerti, per la prima volta. Il 17 agosto scrisse, con lettere grosse e intralciate, ai nipoti: «Per l’età mia mi sostengo ancora alla meglio in piedi, ma mi sento sfinito. Perciò se Iddio ci chiamasse in buon momento, ci farebbe certo somma grazia. Addio, addio! Che Dio ci benedica tutti e difenda da ogni male». Uno dei mali era certo quello di non lavorare. Stette a casa tre giorni, ma in piedi. Il 22, andò a letto all’ora solita, nella semplice camera da parroco di campagna. Morì, dopo tre ore di agonia. I tratti rispondono a quello che era stato.

A novant’anni, appariva sempre un bel vecchio forte, senza la magrezza della grande età. Appena piegava la persona e trascinava i grossi scarponi, ma il collo muscoloso reggeva ancora ferma la testa, dalla barba imbiancata, ma non candida; e la mano solcata dalle vene indurite aveva la stretta salda.

Il cardinale  Giovanni Mercati

Lavoratore fu tra i più forti e pertinaci che siano stati mai negli studi eruditi. Principiava la sua giornata in ore per gran parte dell’anno antelucane, al canto del gallo (nel senso letterale dell’espressione, perché l’animale emblematico dimorava nella terrazza del suo appartamento, e mandava di lassù lo squillante richiamo fino entro la basilica di San Pietro). Da quell’abitacolo, annidato in alto alla torre Borgia, discendeva, passando per un’aerea loggia sospesa sopra il cortile di Belvedere, e rimaneva in biblioteca praticamente tutta la giornata, con una breve interruzione meridiana, che includeva un riposo sopra una branda alla militare, senza materasso. Il suo calendario era rigoroso quanto l’orario, e non contemplava domeniche, feste e ferie per ciò che riguardava il lavoro. Del tempo tenne conto con tutta parsimonia. Ma era pronto a fare getto di giornate e settimane per utile di altri, in ricerche effettuate con la curiosità insaziata che metteva nelle proprie, e in un carteggio dotto tra i più estesi che si conoscano. Teneva le porte sempre aperte, senza protocollo alcuno, a qualunque anche semplice studioso di provincia. Ma fu intrattabile nel respingere i dilettanti senza costrutto, ai quali faceva l’inescusabile carico di perdere il tempo e di farlo perdere agli altri. Rifuggiva del resto da qualsiasi altro spreco di roba, di denaro e fino di carta. Ma l’ammassatore di vesti negli armadi, l’economo rigido del centesimo fu nel segreto un caritatevole addirittura splendido in misura dei suoi mezzi. Provvedere al bisogno d’intellettuali perseguitati politici e in odio al sangue divenne, nei tempi critici, l’opera che più urgeva questo dotto che seppe vivere da povero per spendere da principe in larghezze di questa specie.

Del dotto va notato quanto importa per il ritratto dell’uomo. Il campo che abbracciò fu sterminato, e con ciò egli si colloca tra gli eruditi di tipo universale, quali un Muratori e un Tiraboschi, s’intende con le novità di metodo portate dai tempi. Scelse per sé l’oscuro lavoro della cava e della squadratura delle pietre, lasciando ad altri di metterle in opera. Ma la mano si mostra eccellente, e ciascuna delle migliaia di pagine che egli stese, e fino la minima nota contiene il risultato di originali e coscienziose ricerche.

Pensò sempre di avere uno sviluppato senso pratico delle cose, e in realtà dimostrava conoscenze tecniche, fino murarie, che potevano sorprendere. Ma ragionava con una sua logica complicata e che non teneva troppo conto delle circostanze reali. Il suo antico collega salito al pontificato, Pio XI, conosceva quella singolare, candida, ma talvolta ombrosa, pretesa di dotto, e ingiungeva, nelle vaste opere di rinnovamento edilizio intraprese per la Vaticana, «non parlate con don Giovanni». La porpora e il titolo di cardinale Bibliotecario e Archivista, che gli diede, non riuscirono forse a fargli perdonare quell’averlo tenuto in disparte. Stima altissima, il papa aveva invece dell’erudito, e la esprimeva con la sua arguzia, dicendo che il Mercati, portentosamente, sapeva «tutto quello che c’è in Vaticana, e tutto quello che non c’è».

Uomo antico, nel costume e per fedeltà alle abitudini, seppe tuttavia apprezzare i ritrovati moderni. Conservò anzi fino all’ultimo una vera curiosità del nuovo, una capacità di rendersi conto delle applicazioni che la tecnica può avere, particolarmente nel mondo librario e delle biblioteche, una freschezza realmente straordinaria di mente in persona di età avanzata come la sua. Portentosa si potrebbe qualificare anche la facoltà di riprendersi dalle decadenze e dagli abbattimenti intermittenti nella vecchiaia, né soltanto per resistenza del corpo saldo come quercia, ma effetto di energia dello spirito che si rialzava ogni volta, quasi per nuova carica. Colpiva inoltre, nell’erudito che si arrestò sempre, o quasi, entro i termini dell’età antica e rinascimentale, l’interesse a cose contemporanee, fino alla politica. Esperienza sofferta, perché sentì nel fondo, cristianamente, la passione dei tempi in cui visse. E lo mostrò tra altro con le animose parole dette nel 1936, al momento di ricevere il cappello rosso, per la guerra di Etiopia e le minacce crescenti del nazismo (gli costarono, com’è stato raccontato, il seggio dell’Accademia d’Italia). La sua virtù aveva eretto sopra l’umiltà, con una volontà quasi aspra e violenta, che solo al termine mitigò alquanto. Tutta la vita del suo spirito s’intuiva, del resto, tormentata, per uno sforzo che ne fece sempre un travagliatore di se stesso, «eautontimoroumenos»: quasi uno di quei santi che si rappresentano con un libro tra le mani e pietre per giaciglio, in un paesaggio desertico.

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22 maggio 2019

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