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Stupirsi
leggendo la Bibbia

· Le Scritture tra filologia e psicanalisi ·

Nella Bibbia — oggi libro apparentemente accessibile a ogni lettore ma in realtà poco letto — è scomparsa la vita irradiata dal testo. O almeno ne sono scomparsi elementi essenziali. È questo il punto di partenza per la lettura libera e innovativa delle Scritture che raccontano la nota psicanalista e biblista Marie Balmary e sua nipote Sophie Legastelois nel libro Ouvrir le Livre. Une lecture étonnée de la Bible (Parigi, Albin Michel, 2016, euro 18,90, pagine 247). 

Edward Hopper, «Chop Suey» (1929)

L’esigenza di rivisitare i testi sacri parte dalla nipote, che vuole capire quali siano i suoi veri legami con una religione nella quale è stata allevata e alla quale si sente legata, pur non conoscendo né riconoscendo la sua tradizione.
Il confronto fra la zia, famosa interprete del testo sacro — i suoi libri sono tradotti in nove lingue! — e la nipote figlia del suo tempo, piena di pregiudizi e sospetti nei confronti di una religione in cui un Dio si impone agli uomini attraverso il senso di colpa, termina con una lettura e discussione del testo finale con i genitori di Sophie. Si tratta, quindi, di un libro che al tempo stesso affronta il problema dell’interpretazione libera del testo sacro e quello della trasmissione fra le generazioni, che vengono visti qui come strettamente legati fra di loro. Solo un libro vivo, parlante, può essere trasmesso, infatti.
Si tratta quindi di un testo che coinvolge tutti, credenti e non credenti, mettendoci di fronte al rapporto con la tradizione religiosa che abbiamo ricevuto e che dovremmo a nostra volta trasmettere.
La nota fondamentale che domina tutta la riflessione è che si può trasmettere solo ciò che è vivo, ciò che parla alla nostra anima, che ci fa stupire. E questo si può realizzare solo con una lettura libera e critica dei testi sacri, una lettura che per Balmary si è fatta ricerca approfondita, fino al punto di studiare greco ed ebraico per rivedere le traduzioni, confrontarle con le versioni originarie in greco e talvolta in ebraico, con la consapevolezza che si tratta di lingue antiche in cui un solo termine può avere molti significati. Facendo la scoperta sconvolgente che, in molti casi, scegliere un significato diverso da quello, in genere “normalizzante”, proposto dalle traduzioni confermate dalla Chiesa può aprire inaspettate porte di interpretazione. Cioè strade nuove che risultano molto più attuali e interessanti per noi di quelle “ufficiali”.
Entrambe fortemente coinvolte in questa avventura, le due donne si avvicinano al testo con occhi diversi. Marie ha un atteggiamento più aperto e una curiosità più vasta nei confronti dei testi, mentre le domande che pone Sophie sono quelle di una persona che pensa di avere diritto alla felicità, ed è abituata a leggere libri che propongono metodi di sviluppo individuale. La giovane donna si domanda quindi quale funzione può avere il testo sacro per la sua realizzazione, per il suo miglioramento come essere umano.
Ma la crescita della sua consapevolezza, che si verificherà nel corso della lettura, le aprirà porte molto più interessanti, le darà accesso a percorsi più profondi.
Innanzi tutto, Sophie scoprirà un volto diverso da quello del Dio giudicante che conosce e rifiuta fin dalla sua infanzia. Senza affrontare direttamente la questione, Balmary la fa emergere lentamente, per esempio sottolineando come nei testi della creazione la differenza fra gli esseri umani e il resto del creato sia netta, e concerne proprio la somiglianza divina, che tocca solo loro. Gli animali infatti non cambiano niente nel mondo, mentre gli esseri umani sono liberi di creare a loro volta. Un’attenta osservazione dell’uso dei pronomi la porta anche a scoprire che i due esseri appena creati non divengono uomo e donna che quando sono due. L’uomo non esiste che a partire da due e due di sesso differente. Affermazione che certo si può sviluppare nel senso della positività dell’esistenza della differenza sessuale, ma anche, come avviene nel libro, come prova dell’eguaglianza dei sessi fin dal momento della creazione.
Ed è proprio in questa chiave che emerge un’interpretazione nuova del peccato originale: la proibizione sarebbe stata quella di mangiare la differenza fra di loro, per far vivere invece la relazione. Cioè conoscere l’altro da sé senza divorarlo: «Il Dio della Bibbia è il promotore e il garante della possibilità dell’uomo». La proibizione sarebbe quindi l’accesso alla buona conoscenza dell’altro, sarebbe la garanzia dell’esistenza dell’altro. E sottolinea l’importanza originaria di questa differenza, perché è proprio questa che rappresenta e genera tutte le altre differenze.
Sophie comincia così ad appassionarsi a questo gioco di scoperte, nel quale non ci si avvicina ai testi per riceverli passivamente, come a una storia già scritta, non più interessante.
Nella situazione conflittuale di oggi, in cui la differenza religiosa sembra preludere a guerre fratricide, nasce in loro il bisogno di rileggere il testo evangelico «del porgere l’altra guancia». Anche qui, un controllo dei termini nelle redazioni originarie apre nuove piste interpretative: non si tratta di «un’altra» ma di una diversa guancia, cioè di un altro modo di affrontare la situazione. La proposta evangelica, allora, sarebbe quella di non entrare in nessun mimetismo con l’altro, ma di aprire un nuovo terreno di confronto che può portare l’altro verso il risveglio spirituale.
Le due donne rileggono insieme anche la parabola dei talenti, il figliol prodigo, e sono colte da un momento di difficoltà davanti al Dio normativo dei dieci comandamenti, che coincide con una crisi anche nel loro rapporto. Ma certo uno dei fili conduttori del loro discorso è il tema della differenza, che sviluppano ancora, esaminando il ruolo del serpente, e poi l’idea che la costola sia piuttosto un fianco, cioè alluda simbolicamente a qualcuno che sta accanto a te, uguale a te.
Un esame della storia di Noè le porta a una lettura nuova del ben noto episodio, centrata questa volta sul rapporto uomo-donna. La scoperta che molte traduzioni omettono alcune parole nello spiegare le cause della collera divina — cioè che gli uomini si credono di stirpe divina e le donne invece le chiamano figlie degli uomini — apre nuove piste interpretative. La collera divina si abbatte allora su un’umanità che ha perduto il senso dell’origine comune di donne e uomini, che non accetta l’eguaglianza. E poi affrontano l’episodio dell’adultera, che sorprendentemente le riporta al decalogo, e infine lo spiega.
Al termine della ricerca, anche per Sophie i testi sacri sono divenuti «una parola da ascoltare e non più una voce che comanda», perché si è stabilita una fiducia fra lei e la Bibbia.
Secondo le autrici è proprio questa fiducia che dovrebbe mantenere viva la trasmissione della tradizione religiosa, e quindi è proprio questa che dobbiamo ristabilire per riavviare un rapporto vivo con le nuove generazioni.

di Lucetta Scaraffia

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21 settembre 2019

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