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Stravaganza
e rasoio di Occam

· Il 14 luglio 1916 esordì il dadaismo ·

Nonostante nel manifesto, firmato da Tristan Tzara, si dichiari che dada «non significa nulla», il movimento, nato cent’anni fa a Zurigo, ha rappresentato molto, segnando una fase importante nel panorama culturale del ventesimo secolo. Parafrasando Montale, si potrebbe dire che al dadaismo, che privilegiava la pars destruens rispetto alla pars costruens, si poteva chiedere solo ciò che non era e ciò che non voleva. Infatti l’intenzione di fondo, almeno agli inizi, è stata quella di scardinare gli standard artistici supinamente accettati e di sradicare le stantie convenzioni dell’epoca, dall’estetica artistica e cinematografica alle ideologie politiche. 

Erwin Blumenfeld, «Dada» (1920)

E nell’elogiare la stravaganza e un umorismo dai tratti spesso irriverenti il movimento è arrivato a proporre il rifiuto della ragione in nome dell’anarchia. Ma in realtà c’è del metodo, per dirla con Shakespeare, in questa sorta di pazzia iconoclasta.
Dada nacque infatti come ponderata e motivata protesta contro la ferocia e la barbarie incarnate dalla prima guerra mondiale, che aveva mortificato la dignità della persona e lacerato i rapporti umani. In questo scenario il dadaismo sentì allora l’esigenza di ripartire da zero, con l’obiettivo di ridare un lustro autentico alle diverse espressioni in cui la cultura si manifesta. Ma prima di voltare pagina — come affermava Guillaume Apollinaire che salutò con favore l’irrompere del dadaismo — occorreva realizzare un «nichilismo artistico»: ovvero applicare il rasoio di Occam per fare piazza pulita del cascame che aveva inquinato, fino a quel momento, l’arte e la letteratura.
Molto si è scritto e congetturato intorno all’origine del nome dada. La lectio più accreditata poggia sulla testimonianza di Richard Huelsenbeck, che fu tra i fondatori del movimento. In francese la parola dada significa “cavallo a dondolo”, e su tale parola cadde la sua scelta mentre con l’amico Hugo Ball, registra teatrale, era impegnato a scovare tra le pagine di un vocabolario tedesco-francese un nome d’arte appropriato da affibbiare alla cantante del loro cabaret, madame Le Roy. Prendendo per buona questa testimonianza, la scoperta del nome si collocherebbe dunque sulla scia di quella casualità e stravaganza canzonatoria che costituiscono i tratti peculiari del movimento. Ma occorre aggiungere che il nome dada fu scelto anche per porsi in palese contrasto, sul piano squisitamente semantico, con i termini che finivano in “ismi” (da classicismo a romanticismo) che da sempre pullulavano per definire ideologie e correnti di pensiero.
L’inclinazione sovversiva del dadaismo trovò terreno fertile in un gruppo di intellettuali che si era rifugiato in Svizzera per sfuggire alla guerra: oltre a Tzara e a Huelsenbeck spiccano i nomi di Hans Arp, pittore e scultore, e di Marcel Janco, architetto. E il primo luogo deputato ad accogliere le loro performance stravaganti e istrioniche è il Cabaret Voltaire, fondato da Hugo Ball. Le serate al Cabaret Voltaire (la prima ebbe luogo il 14 luglio di cent’anni fa) richiamano quelle organizzate dai futuristi: comune è infatti l’intento di stupire lo spettatore attraverso forme originali di arte. E in tale contesto acquista rilievo la grafica, fino ad allora relegata a puro tecnicismo. Grazie ai dadaisti essa svolge un ruolo propositivo e non più comprimario: tanti sono gli opuscoli e i volantini a cui — anche in virtù di sapienti fotomontaggi — è affidato il compito di veicolare i contenuti cari al movimento dadaista.
Sebbene sia stato una movimento sostanzialmente circoscritto in aria europea, il dadaismo è riuscito a influenzare alcune esperienze artistiche anche negli Stati Uniti: ai fruttuosi incontri tra il pittore francese Marcel Duchamp e al pittore e fotografo statunitense Man Ray, e tra il pittore franco-spagnolo Francis Picabia e il gallerista statunitense Alfred Stieglitz si suole far risalire la nascita del dadaismo americano.
E tra i meriti da ascrivere al dadaismo vi è quello di aver compreso l’importanza delle riviste, intese come irrinunciabile strumento di capillare diffusione delle idee, soprattutto quando esse rischiano di non attecchire e fare presa sul pubblico perché ardite e controcorrente. Si ricorda «Dada», fondata a Zurigo nel 1917; «291», nata a Barcellona nello stesso anno; «Littérature» che vide la luce a Parigi nel 1919. Tra i maggiori centri propulsori del movimento figura Berlino, ma con l’ascesa di Hitler tutti gli appartenenti al Dada berlinese si iscrissero al neonato partito comunista, mettendo la loro arte a disposizione della propaganda antinazista. Ma dopo il 1933, con il cancellierato di Hitler, i dadaisti berlinesi, non certo graditi al nuovo regime, furono costretti a emigrare all’estero.
Il dadaismo come movimento di opposizione dai tratti radicali attirò spesso su di sé commenti e giudizi recisi e sarcastici. E non usò certo giri di parole quel critico dell’«American Art News» quando sentenziò che «la filosofia Dada è la cosa più malata, più paralizzante e più distruttiva che sia stata pensata dal cervello umano». 

di Gabriele Nicolò

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