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Strade inconciliabili

· La Chiesa di fronte alla sfida della criminalità organizzata ·

Annunciare il Vangelo significa anche ribadire la netta inconciliabilità tra mafia e vita cristiana. È quanto afferma Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace e postulatore della causa di canonizzazione di padre Pino Puglisi, nel volume Scomunica ai mafiosi? Contributi per un dibattito (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018, pagine 154, euro 14). Pubblichiamo la prefazione a firma del presidente emerito della Corte costituzionale.

Don Pino Puglisi a una manifestazione contro la mafia a Palermo

La scomunica (anticamente: anatema) è lo strumento con cui la Chiesa cattolica sanziona il comportamento di sacerdoti e fedeli contrario alle verità di fede, alle parole di vita, trasmesse dal Figlio di Dio Gesù Cristo agli uomini perché guadagnino, ascoltate e praticate, la misericordia del Padre. È verosimile che alle origini dell’organizzazione e della pratica della vita comunitaria dei credenti attorno agli apostoli a Gerusalemme e poi via via a opera di nuove generazioni di evangelizzatori in sempre più numerose città del Mediterraneo orientale e poi del versante occidentale, occasioni di controversie nascessero per difformità di interpretazione e applicazione di regole esistenziali. Tanto più che l’accusa pubblica dei peccati contribuiva a tener vivo il clima di autocritica di singoli, e di gruppi nelle comunità, e fra le comunità.

Più tardi ebbero vita le grandi questioni dei dogmi deferite ai concilii. Qui le dispute sconfinarono talora in disordini e le autorità pubbliche furono costrette al compito di garantire la pace sociale. Si tornò al dilemma già posto provocatoriamente a Gesù dai farisei, a chi si dovesse obbedire, se a Cesare o a Dio. Mancando il criterio della moneta con l’effigie imperiale, che consentì a Gesù di insegnare «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», si inaugurò una nuova era, all’insegna del principio che ogni potere viene da Dio. Era la legittimazione religiosa del potere imperiale. Si superò il tempo delle persecuzioni contro i cristiani, ma anche dopo la conversione di Costantino la coscienza cristiana continuò a essere diversamente tormentata. La legittimazione dell’imperatore voluto da Dio imponeva una configurazione gerarchica tra Stato e Chiesa. In Oriente, dichiarandosi Giustiniano legislatore auctore Deo, quasi come un pupillo autorizzato dal suo tutore, fu subito chiara la collocazione subordinata della Chiesa. In Occidente appena si profilò il primato del Papa sugli altri vescovi, data la molteplicità dei poteri sovrani dei grandi e piccoli feudatari, anche sull’intero organismo politico si estese il potere del Papa come garante dell’investitura dei sovrani gratia Dei. Con Carlo Magno l’impero divenne sacrum romanum. Ma è proprio questa sacralità ad alimentare un virtuale, permanente conflitto Stato-Chiesa. Una fase particolarmente acuta fu sul crinale medioevo e modernità quella dell’incontro scontro tra Federico II di Svevia, imperatore tedesco e re di Sicilia, e i papi Gregorio IX e Innocenzo IV che non lesinarono scomuniche al sovrano che tesseva la tela della indipendenza e della trasmissione ereditaria del potere. Ancora più tragica fu la trentennale sanguinosissima vicenda delle guerre di religione, chiusa dal principio che ogni suddito è tenuto a professare la religione del proprio sovrano territoriale. Insomma la Chiesa dovette fronteggiare non soltanto eresie e peccati, ma anche conflitti politici, tra guelfi e ghibellini, papisti e scismatici, gallicani, anglicani, luterani, finché, avanzando il processo di formazione delle individualità nazionali degli Stati con la diffusione di principi liberali, i rapporti della Chiesa con i vari contesti politici non si placarono, ordinati da quel diritto internazionale rappresentato dai concordati.

Ma un nuovo e diverso orizzonte doveva aprirsi nella storia contemporanea. La secolarizzazione della vita pubblica si è accompagnata — come si discute in queste pagine — a una non vigilata invasione della società da parte di forme storiche della malavita organizzata. In Italia: la mafia siciliana, la camorra napoletana, la ’ndrangheta calabrese, la sacra corona unita pugliese. Le elezioni delle amministrazioni locali e della rappresentanza nazionale attrassero subito l’attenzione di organismi che dalla fine dell’Ottocento, in modo occulto o palese, traevano lucro dalla evoluzione economica della società. Così dai furti e rapine e violenze nello scenario dell’ancora arcaico latifondo meridionale si passò agli appalti pubblici, all’edificazione urbanistica, al commercio di droghe e finanche di armi. Il conflitto con i poteri dello Stato è stato inevitabile, con esiti alterni a seconda delle infiltrazioni e connivenze nelle rappresentanze politiche. Quando le violenze divennero omicidi e stragi, mirate alla eliminazione di magistrati, uomini delle forze dell’ordine, pubbliche autorità, giungendo a modalità di atti di terrorismo, ci si avvide che l’identità criminale scesa in campo usurpava volto e funzioni di una controsocietà. I riti di affiliazione imitavano quelli religiosi, le processioni pubbliche ostentavano atti di reverenza verso le dimore dei capi mafiosi, il contrasto condotto fino all’omicidio, come nel caso del parroco don Pino Puglisi, rivelava un giudizio antagonistico contro la fede cristiana. Le scelte delle conferenze episcopali territoriali per un ricorso alla scomunica appaiono inadeguate e tali da cedere dinanzi a quelle latae sententiae, riservate ai pontefici e destinate a colpire la generalità dell’associazione dei criminali, non questo o quel singolo; è la Chiesa, non solo con le gerarchie locali, ma con l’ecumenicità dei papi a fulminare il giudizio di Dio su una umanità che la Parola di Dio non è più in grado di comprendere. Le parole del cardinale Pappalardo nella messa esequiale per il generale Alberto Dalla Chiesa, assassinato insieme alla consorte e all’agente di scorta Domenico Russo, sono già anticipazione della sostanza del peccato di mafia, come di chi non conosce altri dei all’infuori di sé. I papi Ratzinger, e prima di lui Wojtyła, e ora Bergoglio, accentuano l’universalità della Chiesa, l’offesa arrecata all’umanità tutta, l’apostasia mafiosa, l’estensione e l’onnivalenza della sanzione della scomunica latae sententiae.

Nel suo libro forte e appassionato, monsignor Vincenzo Bertolone conclude la dimostrazione della estraneità del peccato di mafia da ogni indulgenza buonista, con questa frase che merita la lettura integrale e la meditazione costante in tutte le comunità di cristiani che si riuniscono nel mondo: il mafioso, insomma, deve sapere di avere scelto la via della morte e potrebbe morire senza l’auspicabile consolazione, che lo Spirito offre soltanto a chi non sceglie la morte ma la vita. Si realizza anche così una certezza ben sperimentata nel tempo: «Il sangue dei martiri è seme di cristiani».

di Francesco Paolo Casavola

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22 marzo 2019

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