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Storie di razzismo

· Nei film di due registe ·

Due registe hanno da poco realizzato due opere molto diverse ma che hanno in comune il tema del razzismo nei confronti del popolo africano o comunque di origine africana. Il primo è un documentario presentato nei giorni scorsi al festival di Torino, Le pagine nascoste, ed è firmato da Sabrina Varani, documentarista e direttrice della fotografia di lungo corso. L’altro, Detroit, è un film a soggetto ma tratto da eventi reali, i noti scontri a sfondo razziale del 1967 nella città del Michigan, ed è diretto dalla regista premio Oscar Kathryn Bigelow.

Fotogramma da «Detroit»  di Kathryn Bigelow

Con il suo film, Varani segue la vicenda personale e professionale della scrittrice e sceneggiatrice Francesca Melandri, che, impegnata, nella stesura del romanzo Sangue giusto, incentrato sulle teorie del cosiddetto razzismo scientifico ai tempi del Ventennio, finisce per interrogarsi su una storia che la riguarda molto da vicino, quella del padre fascista. Dal ritrovamento di un articolo scritto dal genitore e più in generale di documenti dell’epoca sul tema della superiorità della razza ariana, Melandri giunge a comporre un quadro doloroso in cui si intrecciano storia individuale e storia nazionale. Un viaggio in Etiopia per ascoltare i racconti tramandati dalle vittime delle mire imperialiste del regime mussoliniano, e di disumane operazioni militari messe in atto per tale obiettivo, fungerà da indispensabile momento catartico: nel caricare sulle proprie spalle il dolore altrui, la protagonista avrà finalmente il coraggio di guardare alla figura del padre con obiettività. Unico viatico per poterla assolvere attraverso il perdono e quindi recuperare definitivamente sull’ineludibile piano affettivo.

Varani confeziona un lavoro che alla lunga rischia di diventare un po’ dispersivo vista la tanta carne al fuoco e i diversi piani su cui è disposta. A tenere tutto insieme è comunque l’emotività della protagonista, registrata con ammirevole puntualità dall’obiettivo, nonché lo stile visivamente suggestivo della regista, la sua capacità di alternare in maniera efficace il particolare con l’universale. Un’alternanza che nell’epilogo diventa significativamente contrapposizione: se la memoria personale in qualche modo si ricompone, quella della Storia con la esse maiuscola si dimostra al contrario insospettabilmente fragile, evidentemente incapace di insegnare come vorremmo, se è vero che — come testimonia sempre il documentario — certe ideologie sono di gran lunga sopravvissute al Ventennio, per arrivare praticamente identiche fino ai comizi politici dei giorni nostri.

Con Detroit, invece, Bigelow chiude idealmente una trilogia sulla storia americana più o meno recente, dopo The hurt locker (2008) e Zero dark thirty (2012). Un trittico contraddistinto da un forte pessimismo di fondo — è assente qualsiasi accento patriottico, ma c’è ben poca fiducia anche nelle altre culture — e da uno stile febbrile e dolente. Nonostante la statuetta dell’Academy vinta per la regia del primo di questi film, Bigelow si inoltra sempre di più sul sentiero di un cinema antispettacolare, volutamente marginale, persino antinarrativo, nonostante i presupposti di cronaca e di denuncia. A moltiplicare la sua invettiva e la sua rabbia in tanti rivoli di pessimismo quasi esistenziale, è il prisma di un montaggio e di uno stile di riprese talmente esagitato da apparire impressionista. A voler suggerire come il senso di un singolo evento storico non si riesca a cogliere se lo si osserva da troppo vicino, bisogna distanziarsene fino a comprendere nel quadro non solo la cultura americana ma l’intera, fallace natura umana.

In tal senso lo sguardo del suo obiettivo — capace di scrutare all’interno dell’inquadratura come un entomologo su un vetrino — può essere considerato l’aggiornamento di quello di Robert Altman. Aggiornamento più nevrotico e meno distaccato anche perché in questo caso l’entomologo non si chiama fuori dall’oggetto del proprio studio. Da ciò, ovvero da un senso di corresponsabilità, nasce la frequente sospensione di giudizio morale sui suoi personaggi.

Qui, però, a differenza dei due film precedenti, la rassegnazione al determinismo lascia gradualmente spazio all’indignazione e al libero arbitrio. Ben incarnati da Larry Reed (Algee Smith), membro del famoso gruppo vocale dei Dramatics, che, traumatizzato da quanto aveva vissuto, rinunciò al gruppo, nonché a un futuro di fama e ricchezza, per andare a dirigere il coro di una chiesa.

Si poteva semmai fare qualcosa di più in sede di sceneggiatura, formata come ormai di consueto dal fedele collaboratore della regista Mark Boal. E non tanto perché il film si concentra sin troppo su un singolo episodio di violenza — scelta comunque coerente con un cinema che per l’appunto non cerca l’attenzione dello spettatore a tutti i costi — ma perché si poteva dare maggiore spessore ai personaggi, primo fra tutti quello interpretato da John Boyega (visto di recente in Star Wars), guardia volontaria con il compito di contenere gli scontri ma anche afroamericano. Figura posta dunque su un crinale morale che sarebbe stato interessante indagare maggiormente.

Ciò non toglie che Bigelow si conferma come uno dei nomi più controcorrente — uno dei pochissimi, in effetti — del cinema americano di oggi.

di Emilio Ranzato

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14 novembre 2018

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