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Storie di padri e figli
a Gerusalemme

· Nel quartiere di Keren Abraham sulle tracce di Amos Oz ·

«Se mi chiedessero di sintetizzare in una sola parola l’argomento dei miei libri, risponderei con “famiglie”», ha dichiarato Amos Oz ad «Avvenire» in un’intervista con Alessandro Zaccuri del dicembre 2011.

Max Ernst, «The Fugitive» (1926)

Figlio di Yehuda Arieh Klausner e Fania Mussman, morta quando il piccolo Amos aveva appena dodici anni, Oz ha fatto della famiglia il fulcro di tutta la sua narrativa. Bene ha compreso questo Natalie Portman quando, in Sognare e vivere ha narrato la vicenda di Racconto di amore e tenebre dal punto di vista esclusivamente privato. «Mio padre diceva che la parola ebraica per mancanza di figli è legata alla parola che significa tenebre, e la parola che significa tenebre è legata a quella che vuol dire dimenticare. Assenza di ricordi, assenza di figli, assenza di luce. Mia madre se ne andava via da sola. Dove potevo solo immaginarlo».

Non a caso il vocabolo ebraico ben (figlio), deriva da banah (costruire). La dimensione dell’oltre. Nel racconto di Nabokov Dettagli di un tramonto il protagonista sognatore esce di scena e va «verso quali luoghi, in quali altri sogni, nessuno lo può raccontare». Si pensa al protagonista del romanzo di Fitzgerald Gli ultimi fuochi che è «innamorato della moglie e della morte insieme, di quel mondo in cui ella sembrava così sola da fargli desiderare di raggiungerla».

Kafka aveva dichiarato di voler andare a Gerusalemme a fare il rilegatore di libri, proprio come quelli che sono ancora oggi a Mea Shearim. Lì sembra presente. Anche per Amos Oz, Kafka è un fantasma dell’immaginazione che si aggira per Gerusalemme come Odradek «tra le gambe dei figli e dei figli dei figli».

Hugo Bergman e Gershom Scholem possiamo illuderci ancora di vederli da queste parti. Ha detto bene Amos Oz. «Che cosa ci attende dopo la morte?», si chiedeva Hugo Bergman. Anche Gershom Scholem si poneva la stessa domanda. Ora Scholem lo sa. Anche Bergman ormai lo sa. E mio padre e mia madre, e conoscenti e amici. Lui stesso, Amos Oz — possiamo aggiungere — ora lo sa. Molto si è scritto su Gerusalemme nella memoria di Amos Oz.

Si può immaginare il figlio, reso ormai consapevole dalla morte, che ritorna in quei luoghi sulle orme della madre, una presenza sacrale di cui non sono reperibili ritratti o foto. Ora finalmente sa. E si aggira in quel suo universo familiare: il quartiere di Keren Abraham, Malkei Israel, al confine di Gheula con Mea Shearim, il piccolo appartamento all’angolo fra via Amos e via Ovadia dove, figlio unico, ha trascorso la sua infanzia beata, la scuola religiosa Tackhemoni che ha frequentato. L’atmosfera è trasandata, gli edifici sono sbrecciati, le ringhiere arrugginite. In quella che un tempo era una zona di «bibliotecari, impiegati, insegnanti», ora ci sono uomini con vestiti e cappelloni neri, secondo la tradizione dell’ebraismo ultraortodosso, e donne con gonne lunghe e capelli coperti.

Il 9 giugno alle 9.30 ero a San Salvatore Gerosolimitano. Durante la Messa, dopo l’Agnus Dei, il coro ha intonato l’Ave Verum. L’impressione è stata fortissima. In questi luoghi Gesù attende ancora oggi di essere riscoperto da noi come il Vivente, come Colui che è presente. Niente come Gerusalemme dà il senso reale e fisico della vicenda del Cristo.

di Sabino Caronia

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