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Storie di frontiera

· I racconti cinematografici di un territorio allo sbando ·

Quella della frontiera fra Messico e Stati Uniti è una storia tormentata. L’abnorme disparità di ricchezza, con i conseguenti fenomeni di immigrazione clandestina da una parte, e le tante forme di sfruttamento dall’altra, cui si aggiungono frequenti fenomeni di criminalità anche ben più grave, hanno sempre segnato pesantemente i rapporti fra le due nazioni nelle zone di confine. I film che rendono una testimonianza esplicita di queste realtà sono pochi e in genere poco conosciuti.

El Norte (Gregory Nava, 1984) è una piccola produzione che vuole avere però il respiro di un romanzo, firmata da un americano di origini messicane. Al centro del racconto c’è una coppia di giovani maya che fugge dalle persecuzioni del Guatemala dei primi anni Ottanta. Dopo un’iniziale sosta in Messico, che però ha poco da offrire, la coppia approda negli Stati Uniti passando per il condotto fognario. Qui le cose inizialmente sembrano andare meglio e i due iniziano addirittura una piccola ascesa sociale resistendo alla tentazione di scorciatoie illegali. Emblematicamente, sarà un chicano, ovvero un nativo americano discendente da famiglia messicana, a tradire i due segnalandoli agli agenti dell’immigrazione. L’integrazione viene dunque descritta come una lotta fra poveri senza esclusione di colpi, e gli Stati Uniti sostanzialmente come un luogo indifferente e per lo più inospitale, lontano dalla terra di opportunità dell’immaginario collettivo. Nonostante le ristrettezze del budget, il film riesce per buona parte a trovare un afflato quasi epico, e solo nel finale cede a tonalità melodrammatiche. La non troppo velata critica antistatunitense non ha impedito al film di essere scelto per essere conservato nella biblioteca del Congresso.

Storia simile, è quella raccontata nel più recente La gabbia dorata (La jaula de oro, Diego Quemada-Diez, 2013), in cui tre ragazzi guatemaltechi e uno del Chiapas tentano l’approdo negli Stati Uniti sfruttando i treni merci. Ma saranno presi di mira da frange criminali che operano nelle zone di confine con il Messico e che intendono reclutarli. Nel gruppo, c’è anche una ragazza che finge di essere un maschio per cercare di evitare ulteriori violenze. Si tratta di un film confezionato professionalmente a partire da una sceneggiatura piuttosto scarna. Il registro un po’ generico e la presenza di tre protagonisti adolescenti contribuisce a renderlo un’efficace opera didattica.

Il tema della violenza sulle donne viene affrontato più nel dettaglio nei film che raccontano la realtà delle cosiddette maquiladoras, industrie costruite su suolo messicano ma controllate dagli Stati Uniti, molto diffuse nelle zone di frontiera a partire dall’epoca del Nafta, ovvero l’accordo nordamericano di libero mercato che garantisce un regime di duty free. Nella pratica, queste industrie, che pure hanno inizialmente avuto il merito di trasformare in manodopera un ampio bacino di potenziale immigrazione clandestina, si sono rivelate ben presto una forma di sfruttamento ai danni di lavoratori a dir poco sottopagati, di cui un’alta percentuale è costituita da donne. Costrette spesso a tornare a casa di sera, le operaie sono inoltre spesso vittime di abusi sessuali e omicidi. Il fenomeno, a tutt’oggi clamorosamente sottostimato e trascurato, viene raccontato in Bordertown (ma in spagnolo il titolo è un più emblematico Ciudad del silencio), del 2006, ambientato a Ciudad Juarez e diretto sempre da Nava, regista che dunque conosce bene l’argomento ma che nel frattempo ha messo da parte i toni pacati del cinema d’autore in favore di quelli più urlati del mainstream. Ecco allora che un sincero intento di denuncia convive con toni da thriller e a tratti persino da horror, e più in generale con un sensazionalismo di cui una realtà già così terribile non ha certo bisogno. Per essere un prodotto hollywoodiano con protagoniste due star come Jennifer Lopez e Antonio Banderas, colpisce tuttavia la coerenza di fondo e il finale tutt’altro che consolatorio.

Di tutti gli aspetti delle maquiladores si occupa invece MaquilasFabbriche (Isabella Sandri e Giuseppe Gaudino, 2004). Trattandosi di un documentario, anche piuttosto lungo, il testo poteva essere più chiaro nella sua disamina economica e sociologica. In ogni caso, grazie a un ampio materiale filmato e a molte interviste ai lavoratori, il film rende bene l’idea di una terra allo sbando in cui il lavoro ha risolto alcuni problemi ma ne ha fatti nascere altri molto più gravi. Le decine di croci rosa nel deserto, fragile testimonianza delle donne vittime di violenza, è l’immagine che rimane più impressa in questo viaggio attraverso un inferno di illegalità e abbandono. Ma a colpire è anche la completa rassegnazione della comunità locale alle violenze, allo sfruttamento e al silenzio delle autorità.

Di maggior successo sono stati i film che si occupano poi dei traffici di droga fra i due Paesi. Traffic (Steven Soderbergh, 2000), The Counselor (Ridley Scott, 2013), Sicario (Denis Villeneuve, 2015), sono opere di ottimi registi in cui le esigenze dello spettacolo, pure largamente assecondate, non escludono del tutto finalità di denuncia, quanto meno implicita, in una vivida e cruda descrizione di una criminalità difficile da arginare.

Tutti film relativamente recenti, dunque. Ma per trovare il capolavoro — almeno dal punto di vista strettamente artistico — del filone, bisogna risalire al 1949 con Mercanti di uomini (Border incident, Anthony Mann). Erano gli anni in cui Mann, con l’inseparabile direttore della fotografia John Alton e l’altrettanto fedele sceneggiatore John C. Higgins, realizzava capolavori del noir particolarmente realistici per la piccola casa di produzione indipendente Eagle Lion. Passando alla ben più importante Metro Goldwyn Mayer, i tre alzano il tiro e spostano ulteriormente la bilancia sul realismo per un film di scottante attualità, girato però con la tensione figurativa tipica del cinema nero, che già da sola conferisce alle vicende dei protagonisti un senso di claustrofobia e di costrizione. Si parla dei braccianti messicani introdotti clandestinamente in California da trafficanti che dopo averli fatti lavorare li derubano e uccidono. La descrizione della criminalità non ha niente da invidiare a un film contemporaneo. Di contro, gli autori ci tengono però a sottolineare, in questo caso, l’intervento provvido ed efficace degli agenti di entrambe le nazioni per contrastare il fenomeno.

di Emilio Ranzato

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24 giugno 2019

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