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Storie
di eroi inclusivi

· ​Nell’ultimo libro di Michela Murgia ·

L’eroe di ogni storia pensa e agisce sempre in solitario: gli amici che lo attorniano, ridotti al ruolo di gregari, contribuiscono solo in parte al successo di un’impresa che è essenzialmente individuale. Eppure, la scrittrice sarda Michela Murgia nel suo recente Noi siamo tempesta (Milano, Salani, 2019, pagine 128, euro 16,90) mostra attraverso sedici storie come nella realtà emerga prepotentemente un’altra dimensione, quella della cooperazione, della solidarietà, dove si vince rimanendo uniti, facendo squadra. «L’idea del libro — dichiara l’autrice — nasce dalla consapevolezza che l’immaginario delle storie di cui disponiamo è anche lo scenario dove ci alleniamo a immaginare noi stessi. Più quell’immaginario è ridotto, individualista e banale, più è difficile pensarsi ampi, collaborativi e brillanti. Chi racconta storie collettive contribuisce alla possibilità che se ne possano realizzare ancora. È il brainstorming, la tempesta di cervelli, la fonte del titolo, l’idea che l’eroismo di un singolo sia un fulmine, ma che la collaborazione di molti sia una convergenza di energia di portata molto superiore». 

Una manifestazione  delle madri di Plaza de Mayo

Se è da un’intuizione di un sapere generato e condiviso in modo collettivo che deriva il successo planetario di Wikipedia, grazie a un pensare e un agire insieme un manipolo di soldati spartani ferma il colosso persiano alle Termopili, trasformando una sconfitta in leggenda. Le epopee collettive narrate in Noi siamo tempesta offrono un nuovo paradigma di lettura della società contemporanea, ingabbiata in un’omnipervasiva retorica dell’eccellenza, dove la dimensione di uno scambio collettivo è letta come debolezza e non punto di forza: «È banale sottolinearlo — continua Michela Murgia — ma collaborare è faticoso, perché richiede mediazione, cioè un processo di legittimazione delle differenza di cui gli altri sono portatori. Questo atteggiamento è profondamente democratico e fatica a realizzarsi in una società ancora non pienamente democratica come quella italiana. Nelle società democratiche vince il diritto, che è di tutti, mentre in quelle non democratiche vince il più forte, che è necessariamente uno solo. Le storie di eroismo individuale si avvicinano più al secondo modello sociale che non al primo».
Il mondo dunque, soprattutto a scuola, non andrebbe letto ai bambini e ai ragazzi solo dentro la cornice di un eroismo solitario che incita alla competizione più che alla solidarietà, alla rivendicazione più che alla riconoscenza, come specifica l’autrice: «La scuola italiana, a differenza di quella dei paesi scandinavi, premia il risultato individuale e insegna più a competere che a collaborare. Un professore o una professoressa sensibili al tema possono fare la differenza, ma su ampia scala il sistema premia in modo piramidale. Quando questo sistema si riproduce socialmente è un disastro totale, perché più in alto sale la punta delle piramide, più ampia deve essere la base che regge il peso di quell’ascesa».
In una società che lega sempre più il diritto al merito, sembra difficile provare un autentico sentimento di fratellanza umana basata su una bilanciata consapevolezza di sé che non abbia bisogno di rimettere le proprie scelte al padre-padrone di turno, al “capitano” di turno. Eppure oggi questa consapevolezza sembra essere sparita, «perché siamo fatti delle storie che ci hanno raccontato e le storie di uomini forti sono molto più raccontate di quelle dei popoli coesi. Siamo vittime della retorica del salvatore della patria, dell’uomo della provvidenza, del messia che deve riscattarci dal destino della marginalità».
Ma le madri di Plaza de Mayo, a cui è dedicato un racconto molto intenso, hanno lottato contro la dittatura unite, armate di fiducia, coraggio e di un panno bianco sulla testa: dopo più di quarant’anni la loro tenacia, divenuta simbolo di resistenza pacifica, ha condotto alla dolorosa verità sulla sorte dei loro cari scomparsi, i desaparecidos, e alla condanna dei carnefici. Le storie di Noi siamo tempesta rompono con la figura tradizionale dell’eroe maschile, un supereroe isolato senza macchia e senza paura che annichilisce il nemico in men che non si dica, come nel racconto, sotto forma di fumetto, intitolato Le streghe della notte, dedicato cioè al primo corpo speciale di aviatrici della storia; un gruppo di donne sovietiche che ottiene il diritto di combattere durante la seconda guerra mondiale: «Le streghe della notte è stato un racconto molto ragionato, perché è una storia bellica e a me le storie di guerra non piacciono. Ho voluto considerarla e raccontarla come una storia di donne decise a vedersi riconosciute come responsabili del proprio paese al pari degli uomini. Mi piace anche perché restituisce un’immagine di donna temibile, non fragile, non stucchevolmente dolce e docile. La matita geniale di Paolo Baccilieri ha dato loro la forma che le mie parole avevano solo sognato».
L’umile mettersi al servizio, l’essere pronti a una chiamata che irrompe in una vita altrimenti ordinaria rappresentano le caratteristiche condivise da quasi tutti gli “anti-eroi” di questo libro, finalmente ricordati da una letteratura che sottolinea l’importanza dell’essere e del fare insieme: «La letteratura è una simulazione di mondo e quindi è l’atto più politico che esiste, perché genera la possibilità di immaginare quello che non c’è e di comprendere meglio quel che c’è. Lo fa in modo inclusivo, perché non dà risposte: mantiene però aperto lo spazio in cui poter fare tutte le domande che altrove sono scacciate». La fiducia nella coralità, nel collettivo può essere oggi rimessa in moto, chiosa Michela Murgia «mostrando che quel modello esiste e funziona meglio dell’altro. È necessario restituire narrazione alla realtà, perché chi guarda il mondo possa scegliere di quale storia rendersi protagonista».

di Elena Buia Rutt

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24 agosto 2019

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