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Storico del secolo
lunghissimo

· In memoria di Giorgio Rumi ·

Il 30 marzo 2006 moriva Giorgio Rumi. Di famiglia comasca, nato a Milano nel 1938, era ordinario di Storia contemporanea all’università Statale di Milano. Tra i suoi studi, di rilievo quelli sul cattolicesimo italiano tra Otto e Novecento, in particolare su Agostino Gemelli e Giovanni Battista Montini. Tempi di guerra, attese di pace ha riunito nel 1998 molti suoi articoli per «L’Osservatore Romano», dove ha scritto dal 1984.

Un’ampia raccolta degli scritti storici, con la bibliografia, è nei due volumi di Perché la storia (Milano, Led, 2009). Nel suo ricordo Giacomo Scanzi, direttore editoriale del «Giornale di Brescia», suo allievo e collaboratore, ricorda che in un breve editoriale dal titolo Perché la storia pubblicato dalla rivista «Civiltà Ambrosiana», Giorgio Rumi offriva in forma sintetica le ragioni di una passione storiografica che l’avevano condotto sulle strade della ricerca e soprattutto dell’insegnamento, fino a costituire, sotto le arcate del Filarete, sede dell’università Statale di Milano, una vera e propria scuola che ha formato generazioni di storici. «L’opinione contemporanea — scriveva — è assillata da due interrogativi che non possono essere accantonati o rimossi senza gravi traumi sulla coscienza collettiva. Chi siamo e dove siamo sono i pilastri che reggono le fondamentali consapevolezze di identità e di appartenenza, due requisiti indispensabili per evitare la dissoluzione della società civile ed il suo degrado in disperato individualismo, in tribalismo egoistico. Giovani contro vecchi, ricchi contro poveri, bianchi contro colorati, fondamentalisti contro consumisti».

Tempo e luogo erano per lui lo scenario umano, visibile e invisibile, in cui uomini e spiriti — questi ultimi erano l’oggetto misterioso della memoria e, dunque, la materia prima della storia — operavano insieme, in un’armonica e dialogica relazione infinita. Rumi cercava insomma di ricostruire, nella sua qualità di storico, e di mantenere viva nella sua laicissima spiritualità, quella che Giovanni Battista Montini aveva descritto come la «lotta per conservare alla nostra trasformata società i tesori della tradizione cristiana», ponendo all’attenzione dei credenti «la coscienza d’essere di tale tradizione e eredi e custodi, e promotori, quasi anelli dell’aurea catena che da Cristo arriva ai tempi nostri e ai venturi si distende». Con la consapevolezza chiara nello studioso che «il tempo ed il luogo sono sfruttati, anzi rapinati dalle nostre urgenze immediate», senza alcuna responsabile preoccupazione «di consegnare ai successori beni di ogni natura, se possibile accresciuti e migliorati».

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